Cina e Corea del Nord non sono solamente legate dal punto di vista geografico, condividendo un confine di 1.420 km: fin da epoche remote, infatti, hanno portato avanti una relazione che possiamo definire intima e complessa. L’analisi di questo rapporto è particolarmente interessante quando si concentra sugli sviluppi nella storia contemporanea, in quanto sono proprio quest’ultimi ad aver contribuito all’assetto geopolitico odierno, alla luce soprattutto della recente intensificazione delle tensioni nella penisola coreana. Analizzare i legami che il regime dei Kim ha avuto in passato con la Repubblica Popolare Cinese (oggi il suo principale alleato, se non l’unico) è cosa imprescindibile se si vuole tentare di prevedere – o quantomeno capire – la risposta cinese a un eventuale nuovo scoppio di violenza nella penisola.

 

 “La Corea del Nord farebbe meglio a desistere dall’indirizzare nuove minacce agli Stati Uniti, altrimenti dovrà fare i conti con un fuoco e una furia che il mondo non hai mai visto prima.”

Queste le parole del presidente degli Stati Uniti Donald Trump in risposta alle minacce di Kim Jong-un nei confronti della base militare di Guam, i primi di agosto. Sono rispettivamente del 29 agosto e del 3 settembre, invece, le notizie del missile nordcoreano (il 17esimo quest’anno) in volo sui cieli giapponesi e del nuovo (il sesto) test nucleare condotto dal regime di Pyongyang.

Nelle ultime settimane i politologi di tutto il mondo si chiedono quali possano essere i piani a lungo termine della Corea del Nord e, soprattutto, quali potrebbero essere le conseguenze di un nuovo scoppio di violenza nella penisola. In questo scenario un ruolo di assoluto rilievo è interpretato dal vicino comunista del regime nordcoreano, ovvero quella Repubblica Popolare Cinese che negli ultimi anni non sembra voler abbandonare lo scomodo “stato canaglia”. Nonostante i numerosi “capricci” del regime, infatti, la Cina è tutt’oggi il principale – se non l’unico – alleato di Kim e il paese che maggiormente ne permette la sopravvivenza. 

Ma quali possono essere i motivi di un’alleanza all’apparenza tanto indissolubile? La risposta, come spesso accade in questi frangenti, può essere trovata nella Storia. Fin da epoche più remote, infatti, Cina e Corea hanno portato avanti una relazione che può essere definita intima e complessa, paragonabile – citando le parole dello studioso sudcoreano Jae Ho Chung – a quella esistente tra i denti e le labbra: senza quest’ultime (ovvero la penisola coreana o, nella sua accezione più contemporanea, la Corea del Nord) i denti (ovvero la Cina) si troverebbero esposti alle influenze potenzialmente dannose del mondo esterno. 

Questo particolare rapporto affonda le radici addirittura nel V secolo d.C., quando i due paesi instaurarono un sistema tributario a favore del Paese di Mezzo. E’ però nei suoi sviluppi più recenti che assume particolare interesse, in quanto sono proprio quest’ultimi ad aver contribuito a plasmare l’attuale assetto geopolitico della penisola.

Guerra di Resistenza al Giappone e Guerra Civile Cinese

Il legame tra comunisti cinesi e coreani nasce all’epoca della lotta di resistenza cinese contro l’invasione giapponese (Seconda Guerra Sino-giapponese, 1937–45) e si consolida durante lo stadio finale della Guerra Civile Cinese (1946-49).

Si stima che in occasione del primo sforzo bellico furono all’incirca 100 mila i soldati coreani a partecipare a operazioni militari contro il Paese del Sol Levante, arrivando a costituire la quasi totalità dei soldati di alcune unità dell’esercito cinese[1].

In seguito, negli anni della lotta interna tra i comunisti di Mao e i nazionalisti di Jiang Jieshi, la Corea del Nord diventò una base strategica per le operazioni cinesi nella Manciuria, il principale teatro degli scontri. Per porre fine alla situazione sfavorevole venutasi a creare soprattutto a causa di forze militari inferiori (non potendo contare sul supporto pressoché illimitato degli USA), il Partito Comunista Cinese istituì in territorio nordcoreano un ufficio speciale che, oltre a mantenere attive le comunicazioni, assunse la funzione di hub per l’assistenza ai soldati feriti e il deposito di materiale bellico. Senza l’appoggio dei nordcoreani è probabile che le forze comuniste stanziate nel Sud della Manciuria sarebbero state annientate dalle truppe del Guomindang, facendo aggiudicare a quest’ultimo la vittoria della guerra.

In entrambi i casi l’aiuto incondizionato dei leader di Pyongyang si dovette, oltre a ovvie affinità ideologiche (va ricordato che tra il 1910 e il 1945 la Corea subì una traumatica dominazione giapponese), a questioni essenzialmente tattiche: fornendo supporto a Mao, infatti, avrebbero potuto godere anch’essi degli enormi benefici strategici di una vittoria comunista. 

La Guerra di Corea

Cosa spinse la Cina, appena uscita da una sanguinolenta guerra civile, a prendere parte quasi immediatamente a un nuovo conflitto di pari se non di superiore portata? Le ragioni furono molteplici e possono aiutare a delineare alcuni scenari possibili per la situazione odierna.

Innanzitutto, si possono citare le parole di Bruce Cumigs in merito al rapporto tra i rivoluzionari dei due paesi in seguito ai succitati episodi:

“Questi legami erano talmente forti che, in retrospettiva, ciò che uno storico avrebbe difficoltà a spiegare è un non-intervento cinese nella Guerra di Corea.”

Allo scoppio delle ostilità, quindi, la dirigenza del Partito Comunista Cinese era ben conscia del valore dell’aiuto coreano di alcuni anni prima, come lo era anche del precedente storico che vedeva i giapponesi utilizzare la penisola coreana come ponte per l’invasione degli anni Trenta, prima annettendola e poi dando inizio alla mobilitazione su larga scala attraverso il Nord-est cinese (il quale era da sempre un polo di sviluppo vitale per l’economia, soprattutto al tempo con la necessità della ricostruzione). Affermare che la sicurezza del paese fosse strettamente legata a quella della Corea non era, quindi, semplice propaganda (proprio in questo periodo nacque la “Campagna di Resistenza all’America e Sostegno alla Corea”, uno dei primi movimenti di massa dell’appena costituita Repubblica Popolare Cinese).

Il timore di Pechino era che la crisi coreana potesse stimolare le attività dei reazionari sul suolo nazionale, nonché quelle delle classi sociali ostili alla Rivoluzione. Anche il regime del Goumindang, stabilitosi a Formosa dopo la sconfitta, avrebbe potuto approfittare della complicata situazione venutasi a creare alle porte della Cina. 

In sostanza, partecipando al conflitto ed evitando la caduta del regime nordcoreano (il quale, tra l’altro, fungeva da “contrappeso” alla nuova Unione Sovietica di Chruščëv) Mao avrebbe scongiurato l’insorgere di un pericoloso “effetto domino” – come definito dallo studioso cinese Chen Jian – salvaguardando la Rivoluzione Socialista d’Asia.

Economia e cultura

Quello politico-strategico non è l’unico frangente in cui i due paesi ebbero degli scambi. E’ innegabile, infatti, che il regime di Mao sia stato per i nordcoreani un partner importante anche dal punto di vista economico. In primo luogo, la Cina si impegnò attivamente nella ricostruzione della dittatura di Kim dopo la guerra inviando 800 milioni di yuan (circa 95 milioni di euro odierni)[2]

Nel novembre 1953 i due governi sottoscrissero un accordo sulla cooperazione economica, il quale generò un flusso non solo di merci (agevolato dal “Ponte dell’Amicizia Sino-coreana”, dal 1990 “Ponte del Fiume Yalu”) ma anche di studenti e tecnici in nome della collaborazione tra poli industriali (ne è un esempio l’”Oleodotto dell’Amicizia Sino-coreana”).

Negli anni Sessanta, in seguito alle tensioni scaturite con l’URSS per via del già citato nuovo corso della politica di Chruščëv, i cinesi utilizzarono il commercio e gli aiuti economici per allontanare Kim dalla sfera d’influenza sovietica: un piano arduo da mettere in pratica vista la superiorità di Mosca in termini di disponibilità finanziaria e avanzamento tecnologico. Il leader nordcoreano, sfruttando la rivalità tra i due vicini, riuscì a ottenere il più possibile da entrambe le parti.

Sul piano culturale si possono citare l’industria cinematografica (nata su iniziativa cinese nei tardi anni Quaranta), le arti figurative (la superiorità tecnica dei coreani è riconosciuta dai cinesi stessi che, ogni anno, inviano studenti in Corea del Nord a specializzarsi nell’arte ceramica presso l’Università di Belle Arti di Pyongyang) e l’opera moderna nordcoreana, in cui molti elementi – dalla scelta dei soggetti alla messa in scena – testimoniano l’influenza del modello cinese in voga durante la Rivoluzione Culturale.

I contributi della RPC all’economia del vicino comunista vanno però ben oltre: il movimento Chollima, le cooperative agricole e la pianificazione dell’economia in piani voluta da Kim Il-sung, infatti, non possono che ricordare le esperienze cinesi del Grande Balzo in Avanti, della riforma agraria e dei piani quinquennali.

La situazione odierna

E’ chiaro come i rapporti tra Cina e Corea del Nord siano stati numerosi, di natura variegata e di primaria importanza per entrambi i paesi. E’ altresì evidente come molte delle premesse che portarono a un coinvolgimento della RPC nella Guerra di Corea siano presenti anche oggi, in particolare la necessità di uno “stato cuscinetto” che separi la nazione cinese dalla Corea del Sud – dove attualmente sono stanziati 37 mila soldati statunitensi – e la volontà di Pechino di evitare l’”effetto domino” citato poco fa. Assumendo una prospettiva più attuale, la caduta del regime di Pyongyang porterebbe essenzialmente a due conseguenze poco desiderabili per Pechino:

  • una penisola coreana riunificata sotto la guida di Seul (e l’influenza di Washington) che, tra le altre cose, acquisirebbe il controllo dell’arsenale nordcoreano, testate nucleari comprese;
  • un’emergenza umanitaria di proporzioni enormi da gestire lungo il confine, a causa dell’alto numero di profughi nordcoreani che inevitabilmente tenterebbero di entrare nel paese.

S’intuisce facilmente, quindi, come uno scenario del genere vada a ledere totalmente l’interesse principale della Cina, ovvero il mantenimento della stabilità lungo i confini. Si può addirittura azzardare l’affermazione che tale interesse sia stato messo in discussione già con la nuclearizzazione dello stato nordcoreano, alcuni decenni fa.

D’altro canto, la Repubblica Popolare Cinese di oggi è estremamente diversa da quella degli anni Cinquanta: difficilmente Xi Jinping metterebbe a rischio il prestigioso status internazionale di cui gode il paese con un intervento militare diretto. E’ più auspicabile un’azione prettamente diplomatica – benché aggressiva – con il fine di mantenere lo status quo, per lo meno fino a un’eventuale minaccia concreta all’integrità territoriale. Questo tipo di strategia è già stato messo in atto in queste settimane, prima con l’inasprimento delle sanzioni nei confronti di Pyongyang e poi con il blocco totale delle importazioni di carbone dalla Corea del Nord.

Per concludere, non bisogna dimenticare che a essere cambiati sono anche la percezione e l’atteggiamento del resto del pianeta verso la Cina, soprattutto dal punto di vista degli Stati Uniti. Oggi, infatti, sono proprio gli statunitensi a essere i primi partner commerciali della potenza asiatica, seguiti da Giappone e Corea del Sud.


NOTE

[1] Jian CHEN, China’s Road to the Korean War: The Making of the Sino-American Confrontation, New York, Columbia University Press, 1994, p. 106.

[2] Chae-Jin LEE, China and Korea: Dynamic Relations, Stanford, Hoover Press, 1996, p. 134. 

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Andrea Orivati
Veneziano, classe 1990, ha studiato Lingue, culture e società dell’Asia Orientale e Interpretariato e traduzione editoriale, settoriale all'Università Ca’ Foscari di Venezia. Da qualche anno si occupa – in parallelo alla professione di traduttore – di storia e società dei paesi asiatici, in particolar modo di Cina e Corea del Nord. E’ autore di Come le labbra e i denti: Cina e Corea del Nord in epoca maoista (disponibile in formato Kindle).