Esiste la Primavera egiziana? Forse ciò che è accaduto in Egitto è stata, piuttosto, la solita rivolta che porterà a un nuovo regime assolutistico. Il concetto di rivolta è associato nel mondo vicino-orientale all’idea di cambiamento, perché non sembra esisterebbe altra forma per sostituire i vertici del potere. Democrazia e forme democratiche di elezione appaiono ancora lontane. Il massacro dei copti è un segnale di questo fenomeno consuetudinario che si manifesta da molti decenni: maliziosamente, però, esso viene ignorato dalla comunità politica internazionale, la quale preferisce curare in Egitto i propri interessi economici e geopolitici. Una visione ottimista nei confronti degli avvenimenti egiziani, quindi, sembra impossibile: ecco perché sembra poco adeguato parlare di Primavera egiziana.

 

Non è possibile fare un elogio della cosiddetta Primavera egiziana, anzi sarebbe un errore chiamarla così. Vale lo stesso per quella tunisina (sebbene le votazioni del 23 ottobre 2011 lascino sperare in una svolta definitivamente democratica), per quella libica (che nonostante la caduta di Sirte e l’uccisione di Muʿammar al-Qadhdhāfī, tuttavia, deve ancora dimostrare di essere tale) e per quella yemenita e siriana che ancora stentano a realizzarsi. La Primavera egiziana, e in generale quella araba, è osannata come una rivoluzione dai media, dall’opinione pubblica internazionale, ma soprattutto dalle popolazioni stesse che la vivono, eppure sfugge la grande differenza fra i risultati di una rivoluzione e quelli di una rivolta: una rivoluzione porta ad un cambiamento drastico, una trasformazione notevole che non riguarda solo al-kibar, cioè i “pezzi grossi”, la classe politica, ma colpisce anche le fondamenta della comunità “rivoluzionata” e le sue strutture sociali, politiche, economiche e culturali (e anche religiose). Rivoluzione è stata quella iraniana, nella quale una concomitanza di fattoricome sviluppo economico di tipo capitalistico, debolezza politica della monarchia, contesto internazionale favorevole e creazione di simboli su cui l’opposizione è riuscita ad aggregare le masse -, ha potuto imporre un nuovo modello di Stato (quello islamico-teocratico), con un nuovo modo di vivere, e un nuovo modo di relazionarsi con l’estero. Escludendo l’atto rivoluzionario in sé che ha portato alla caduta della monarchia, la fase successiva (la rivoluzione sociale, politica e culturale) non è stata una rivoluzione proposta dal basso, ma imposta da un gruppo di leaders intraprendenti.

Inoltre, come ci sottolinea James L. Gelvin, «dalla Rivoluzione francese in poi, i movimenti rivoluzionari hanno lottato per il potere allo scopo di realizzare una visione utopica di una nuova società basata su un’ideologia modernizzatrice». 1

La rivolta, invece, conduce solo a un cambiamento della classe politica dirigente. Quindi la Primavera araba è “solo” una grande rivolta: infatti, sebbene, come sostengono le «teorie congiunturali-multicausali», vi siano stati tanti fattori che hanno portato al movimento popolare (crisi economica, diffusione dell’uso di internet e, particolarmente, del Web 2.0, situazione favorevole a livello internazionale, simboli comuni che hanno dato compattezza all’onda rivoltosa, debolezza del leader rispetto al contesto internazionale, rafforzamento dell’opposizione), alla rivolta araba manca l’ideologia, manca cioè quel tentativo di cambiare culturalmente, socialmente e anche politicamente ed economicamente il Paese. E’ stato un mero cambiamento di al-kibar. A meno che tale ideologia non emerga in seguito per esempio sulla base di un certo fondamentalismo islamico.

 

Meccanismi di presunta Primavera

 

È vero che nella società egiziana sembrano intravedersi forme democratiche, come le elezioni dei sindaci e di rappresentanze. Ma sebbene Ugo Tramballi sostenga che «gli egiziani scelgono i loro rappresentanti e l’antica paura del potere si trasforma in fiducia»,2 lo studio della storia insegna, invece, ad essere molto più cauti in tal senso. Infatti, forse tutto ciò rischia di essere solo un’illusione e lo stesso Tramballi afferma che «oggi in Egitto è in corso un processo degenerativo in concorrenza con uno creativo». 3

Forse quello che viene definito da Fred Halliday il «narcisismo regionale»4 dei popoli arabi, una versione vicino-orientale dell’eccezionalismo statunitense, ha contribuito a creare nella popolazione egiziana e di conseguenza nella percezione internazionale degli avvenimenti egiziani una sorta di amplificazione impropria della rivolta.

E’ stato raro o, per una visione pessimistica, non è mai accaduto che una rivolta in un paese autoritario abbia portato immediatamente alla democrazia. Ne sono chiari esempi le vicende storico-politiche di molti paesi africani mediterranei e sub-sahariani, ma anche del Vicino Oriente, dove la rivolta da sempre è stato unico strumento per un cambio di potere.

Se si prende in considerazione la Siria, nella sua seppur breve storia nazionale, si possono contare circa venti colpi di stato, ognuno conclusosi in un regime autoritario, e, solo l’ascesa al potere di Ḥāfiẓ al-Asad nel 1971 (cui è succeduto nel 2000 il figlio, attraverso elezioni discutibili per quanto riguarda la loro democraticità), ha dato ad un paio di generazioni siriane la possibilità di non conoscere colpi di stato.

Perché con la Primavera araba non dovrebbe accadere lo stesso? Sebbene non con la stessa frequenza siriana, anche il popolo egiziano negli ultimi decenni ha visto come unico mezzo per un cambiamento ai vertici del potere la rivolta con il conseguente colpo di Stato.

Anche il tanto amato Gamāl ʿAbd al-Nāṣer, ha preso il potere con una rivolta: anche lui, sebbene non esattamente come sta avvenendo adesso, faceva parte di un’onda ribelle che ha cacciato via re Fārūq I.

Nel 1952 ha inizio la rivolta, nel 1953 diventa presidente della Repubblica egiziana Muhammad Naguib e nel 1954, con un colpo di “mano“, Nasser prende il potere per oltre 14 anni. È stata anche quella una Primavera egiziana? O no? Eppure sebbene i soggetti siano diversi, almeno nei presupposti e negli avvenimenti iniziali sembra essere simile alla Primavera egiziana odierna. Che cosa ci può far sperare che la situazione evolva in modo diverso? Non certo il desiderio nella popolazione di avere forme di rappresentanza: questo c’è sempre stato ed è naturale nell’uomo sociale, ma poi sarà il regime di turno a soffocarla: basti ricordare il comportamento di Mubārak contro i suoi oppositori e contro ogni forma di rappresentanza esterna al partito unico. In questo momento è troppo presto per soffocare gli animi ribelli: i riflettori internazionali sono ancora tutti accesi sull’Egitto (e sull’Africa mediterranea), e bisognerà attendere che si affievolisca l’interesse dell’opinione pubblica internazionale e dei suoi mass media, per iniziare gli “aggiustamenti strutturali” che porteranno alla piena funzionalità del nuovo regime.

 

Segnali dal massacro copto

Ciò che è accaduto contro la comunità copta è solo un segnale d’allarme tragico, pur se flebile, sfuggito al controllo del “governo di transizione”. Il segnale è arrivato tuttavia alle agenzie di informazione occidentali, sebbene il grande progetto-tentativo del nuovo “governo di transizione” avesse previsto di mettere a tacere la verità e di mostrare, invece, all’opinione pubblica mondiale un diffuso ottimismo tra la popolazione riguardo all’’operato e alle buone intenzioni del regime che si sta strutturando.

La comunità copta, fino ad adesso protetta indirettamente e inconsapevolmente dall’assolutismo laico di Mubārak, adesso dovrà fare i conti con un “ordine nuovo” che verosimilmente non ha alcun interesse a difendere le minoranze, tanto più se di tipo religioso.

Ormai è un dato di fatto che le frange estremiste pseudo-islamiche usino la religione come collante e fonte di consenso con l’unico obiettivo di consolidare un nuovo potere: queste frange estremiste sono, infatti, libere di agire e influire sulla politica, non essendoci più protezione e sicurezza per chi è socialmente debole minoranza. Questo vale particolarmente per i copti, ma vale anche per tutte le minoranze, per tutti i gruppi “non-culturalmente-musulmani” della società e, in generale, per tutta la popolazione civile egiziana.

Se poi si osserva anche come gli USA, di fronte alla notizia del massacro copto e ai tentativi di insabbiamento del “governo di transizione”, preferiscano non opporsi e come gli altri Stati occidentali preferiscano coltivare indolentemente i propri interessi in Egitto, senza alzare la voce; allora si deve concludere che quella egiziana non dovrebbe essere chiamata una Primavera, ma il solito vecchio Autunno di sempre, una rivolta che ha cambiato solo i nomi di chi governerà assolutisticamente l’Egitto per i prossimi anni.

Se si considera, infine, come l’unica vera condanna al massacro sia stata quella del papa Benedetto XVI, non in qualità di capo di Stato, ma di capo religioso e difensore dei valori umani e morali, allora le domande, su quali siano le intenzioni degli attori statuali internazionali se la situazione in Egitto dovesse degenerare in regime, sembrano trovare, già da questi primi segnali di autoritarismo violento, una chiara risposta: il ruolo della comunità internazionale (USA, UE e attori internazionali più influenti) sarà quello di mediatrice-approfittatrice che oscilla tra la difesa dei diritti umani e il dialogo col regime per l’ottenimento di concessioni vantaggiose di tipo economico e geopolitico.

In tale stato di cose la rivolta rischia di divenire l’inizio di decenni grigi per la popolazione che aveva posto grandi speranze nella caduta di Mubārak.

Unica nota positiva in un tale scenario è che i riflettori mediatici rimarranno sicuramente accesi ancora per un po’ sull’Egitto, così come sul resto dell’Africa mediterranea e del Vicino Oriente; ma tutto ciò potrà forse soltanto rinviare questo ulteriore Autunno egiziano.

 

* Gabriele Roccaro, studente magistrale in Scienze internazionali e diplomatiche presso la facoltà di scienze politiche “R. Ruffilli” (Università di Bologna).

 

Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autore e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

 

 

1 Vedi James L. Gelvin, “The Modern Middle East. A History”, Oxford University Press, Inc., New York 2008, trad. it. Storia del Medio Oriente moderno”, Einaudi, Torino 2009, p. 365.

2 Vedi: http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2011/10/stereotipi-degitto.html

3 Vedi: http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com/slow-news/2011/10/stereotipi-degitto.html

4 Vedi Fred Halliday, “The Middle East in International Relations. Power, politics and ideology”, Cambridge University Press, 2005, trad. it. “Il Medio Oriente. Potenza, politica e ideologia”, Vita e Pensiero, Milano 2007, p. 439.


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