Sino a poco tempo fa, prima dei disordini che stanno caratterizzando quotidianamente la capitale della Thailandia, Bangkok, e che ora si stanno estendendo alle città settentrionali, il Paese era considerato il più sviluppato tra quelli della penisola indocinese, quello dalla crescita economia più equilibrata, quello più pacifico e saldo nelle sue scelte di politica interna ed estera.

La Thailandia non ha avuto un passato coloniale e questa eccezione ha inciso non poco sul suo sviluppo interno; ha potuto godere di una situazione di neutralità di fatto (1) che le ha permesso di orientare l’utilizzo delle risorse economiche verso settori socialmente produttivi (più che, per esempio, nel settore bellico), ma soprattutto le ha permesso di conservare l’opportunità di gestire autonomamente la propria evoluzione, basandosi su una classe dirigente interna oltre che su un sistema culturale proprio.

Sono tuttavia presenti nel Paese non poche fonti di problemi e di tensioni come, per esempio, lo scarso controllo che lo Stato esercita sulle sue regioni settentrionali, parzialmente situate nel cosiddetto “Triangolo d’oro” dell’oppio (2), o, ancora, la diffusione della prostituzione e del lavoro minorile nel contesto di un generale sfruttamento dei lavoratori e una loro scarsa tutela, l’instabilità finanziaria e le continue rivolte nelle tre province musulmane del sud, al confine con la Malaysia.

Ad esse si affiancano le proteste della popolazione Thai, che sono iniziate ad emergere e svilupparsi nel 2006 e che vedono confrontarsi “camicie rosse” e “camicie gialle”.

Le prime sono formate dagli strati più poveri della popolazione, dalla gente delle campagne e del nord del Paese, hanno il loro leader nell’ex premier Thaksin Shinawatra, che aveva raccolto il loro consenso grazie ad una politica populista e popolare, dal Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (UDD) (erede del disciolto dal Partito del Potere del Popolo, PPP); le seconde rappresentano l’èlite thailandese e sono guidate dall’attuale primo ministro Abhisit Vejjajiva e dall’Alleanza del Popolo per la Democrazia (PAD) (3).

Nel 2006 nel Paese ci fu un golpe che rimosse Thaksin (4), il quale si esiliò prima in Gran Bretagna e poi in altri Stati asiatici, per ultimo la Cambogia. La sua scalata al potere era stata rapida e senza precedenti. Egli è un ex poliziotto nato a Chiang Mai, una cittadina del nord della Thailandia, che è riuscito negli anni ottanta a costruire un impero delle telecomunicazioni e, nel 2001, a prendere il potere con un partito fondato solo tre anni prima, il Thai Rak Thai (i Thai amano i Thai).

Nel dicembre del 2008 si parlò per la Thailandia di una “riconciliazione nazionale” come tentativo di riportare la normalità in un Paese che in due anni aveva visto succedersi al governo ben cinque primi ministri e che perciò era in piena paralisi politica.

La protesta attuale è iniziata il 14 marzo scorso, quando 15.000 “camicie rosse” si sono riunite nel quartiere vecchio di Bangkok.

Ad incrementare la tensione, oltre 1.000 persone che si oppongono agli anti-governativi hanno manifestato il 2 aprile scorso indossando camicie rosa, sostenendo che le “camicie rosse” sono irragionevoli.

I manifestanti chiedono elezioni immediate ma il primo ministro Abhisit Vejjajiva ha spiegato che sarebbe molto difficile ora tenere elezioni anticipate, vista la fase turbolenta, e ha proposto di sciogliere il Parlamento a dicembre, con un anno di anticipo.

La situazione è in continua evoluzione; il 7 aprile scorso un gruppo di manifestanti è riuscito ad entrare nel Parlamento, dove si stava tenendo una riunione dei ministri. Il vicepremier ed alcuni ministri sono stati portati in salvo da un elicottero militare. Subito dopo il primo ministro ha proclamato lo stato d’emergenza.

Sino agli inizi di aprile egli considerava tutto quello che stava avvenendo nel Paese come una protesta pacifica e perciò non ritenne necessario l’uso della forza da parte dell’esercito per reprimerla. Il 10 aprile scorso, invece, scontri nella capitale tra i dimostranti e l’esercito hanno provocato la morte di 21 persone ed il ferimento di oltre 800.

Il primo ministro è sottoposto a pressioni crescenti affinché risolva la situazione di stallo che si è creata con i manifestanti, specialmente dopo che anche la Commissione elettorale ha raccomandato che il suo partito venga sciolto. Ad isolare ulteriormente il premier la posizione presa dal capo dell’esercito, che in una conferenza stampa congiunta con il vice primo ministro ha dichiarato che le elezioni anticipate potrebbero consentire di superare questa situazione di crisi.

L’economia inizia a risentire di questa situazione di caos all’interno del Paese; secondo la Camera di Commercio thailandese, le perdite ammontano a 10 milioni di dollari al giorno e il turismo, fondamentale nell’economia del Paese, è in calo del 10%.

E a risentirne sarà anche il ruolo che ricopre la Thailandia nell’Asia sudorientale.

Sempre più problematiche si fanno le relazioni con i Paesi vicini, in particolare il Myanmar e il Laos a causa della politica thailandese nei confronti dei numerosi rifugiati birmani e laotiani che popolano le zone di confine con la Thailandia (5). Il governo del Paese è accusato di maltrattamenti ai danni dei rifugiati birmani e ha dato il via ad un’operazione che mira ad espellere verso il Laos migliaia di richiedenti asilo dell’etnia Hmong (6), operazione fortemente condannata dall’ONU e da Washington.

Il governo thailandese ha sempre mostrato risentimento rispetto alla delicata situazione dei campi profughi nelle zone di frontiera, in quanto li ritiene la causa principale dell’entrata nel Paese d’immigrati illegali che, a loro volta, senza un regolare permesso di lavoro, hanno favorito l’incremento di un’economia sotterranea che spesso nasconde traffici illeciti di persone, specialmente donne per promuovere la prostituzione, e di droga.

Le maggiori incomprensioni diplomatiche recenti, tuttavia, sono quelle che coinvolgono le dispute territoriali con la Cambogia, sia per la demarcazione dei confini nei pressi del tempio buddhista Preah Vihear, sia nel sud del Paese, nel golfo del Siam, nella cosiddetta “Overlapping Claims Area” (OCA), la quale ha un’importanza strategica poiché ricca di giacimenti di petrolio e gas naturali che, se sfruttati, potrebbero alleviare la dipendenza dalle importazioni di petrolio provenienti dai Paesi mediorientali.

La pace all’interno del Paese è importante anche per portare a compimento il progetto di istituire una comunità politico-economica asiatica. Il progetto ha portato a due principali processi di integrazione: uno promosso dall’ASEAN, che aspira a trasformarsi entro il 2015 da forum consultivo a comunità economica; il secondo si è avuto il primo gennaio 2010 con l’entrata in vigore dell’accordo per la costituzione di un’area di libero scambio che cancella dazi e tariffe sull’87% dell’import infraregionale (7).

La Thailandia ha importanza anche nel contesto della strategia del “filo di perle” cinese. Le perle sono le installazioni, come i porti ma non solo, che da un lato costituiscono delle gemme di alto valore strategico e dall’altro legano vari Paesi alla strategia cinese oltre che alla sua economia e alla sua sicurezza (8).

Sempre più dipendente dalle importazioni di petrolio, essenziali alla crescita economica, la Cina sta cercando di proiettare la propria influenza economica e militare per tutelare i propri interessi vitali lungo le rotte commerciali che uniscono l’Oceano Pacifico all’Oceano Indiano. Tuttavia gli Stati Uniti rappresentano la potenza egemone dell’area ed hanno interessi altrettanto forti tali da difendere la propria posizione (9).

Lo Stretto di Malacca, tra Sumatra e la Malaysia, rappresenta un luogo strategico per il sistema internazionale marittimo essendo la via principale d’accesso all’Oceano Pacifico per le navi provenienti dal Medio Oriente, dall’Europa e dal continente africano (quasi l’80% del petrolio importato da Pechino passa per lo stretto). Perciò la Cina si deve preoccupare anche della sicurezza sia dello stretto sia dell’intero Mar Cinese Meridionale.

In quest’ottica sta cercando, negli ultimi anni, di rafforzare i propri legami economici e politici con tutti i Paesi dell’area, per esempio dal 2004 si assiste ad una rimozione graduale delle tariffe commerciali negli scambi tra i Paesi dell’ASEAN e Pechino.

Nel contesto della strategia del “filo di perle” la Thailandia potrebbe offrire l’unica radicale alternativa allo Stretto di Malacca: nel 2005 Pechino ha dichiarato pubblicamente il proprio interesse ad investire 20 miliardi di dollari nello scavo per un canale nell’istmo di Kra che unisca il Mar delle Andamane al Golfo di Thailandia. Però il progetto continua ad essere rimandato a causa principalmente delle tensioni politiche e sociali scoppiate in Thailandia.

* Carla Pinna è dottoressa in Scienze politiche (Università di Cagliari)

(1) Era considerato uno Stato “cuscinetto” fra l’impero coloniale anglo-indiano e quello francese e poi avrà lo status di “Paese non allineato” nel primo periodo postcoloniale

(2) Area montuosa di circa 400.000 kmq al confine fra Myanmar, Thailandia e Laos, dove si produce il 60% dell’oppio e dell’eroina che giungono poi ai mercati illegali della droga.

(3) Una coalizione di nazionalisti, sindacati e monarchici.

(4) Venne accusato di corruzione, abuso di potere, frode elettorale e soprattutto di voler instaurare una repubblica. Il colpo di stato avvenne mentre il premier si trovava a New York per una riunione dell’ONU.

(5) Questi rifugiati sono stati costretti a lasciare il loro Paese

(6) Popolazione detta delle montagne, fuggita dal Laos perché accusata di collaborazionismo con l’esercito franco-americano durante la seconda guerra di Indocina

(7) www.asianews.it

(8) www.peacereporter.it

(9) La Thailandia è stata, sin dopo la seconda Guerra Mondiale, saldamente nella coalizione “occidentale” a guida Usa, ma la situazione ha iniziato a cambiare già dopo la crisi del 1997 quando la Cina ha iniziato a prendere il sopravvento nell’area nel tentativo di diventare la potenza egemone. Nella Thailandia ha trovato subito un’ottima alleata: i thailandesi sono in gran parte cinesi e la famiglia reale ha degli ottimi rapporti con Pechino.

Condividi

Articolo precedente

Articolo successivo

Hosni Mubarak, gli Stati Uniti e le elezioni del 2011 in Egitto