Il rapporto tra India e Iran, solitamente proficuo, ha subito un significativo peggioramento negli ultimi anni. L’intera recente vicenda collegata all’approvigionamento indiano del petrolio iraniano dimostra come l’India stia subendo una continua pressione internazionale affinché interrompa i propri legami commerciali con Tehran. Questa pressione è contemporanea alla volontà di Nuova Delhi di rafforzare la cooperazione con i vicini attori regionali nel contesto della competizione caratterizzante il “Nuovo Grande Gioco” in Asia Centrale e Meridionale.

 

La scorsa settimana il governo indiano ha risolto una scottante questione legata all’approvigionamento energetico. A partire da agosto, infatti, avrebbero potuto essere interrotte le importazioni di petrolio provenienti dall’Iran a causa di un ritardo nei pagamenti da parte delle compagnie petrolifere di Nuova Delhi. La somma degli arretrati ammontava a circa 5 miliardi di dollari, il cui mancato versamento nelle casse di Tehran avrebbe potuto comportare delle negative conseguenze per l’intero sistema di relazioni indo-iraniane.

Il petrolio di Tehran rappresenta circa il 18% delle importazioni di greggio dell’India, preceduto da quello dell’Arabia Saudita, la quale garantisce una percentuale di poco superiore a quella iraniana. Quasi i due terzi delle importazioni indiane di petrolio, circa 2,2 milioni di barili al giorno, giungono dal Vicino Oriente, in particolare da Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, i quali garantiscono l’8-10% circa ciascuno di approvigionamento petrolifero.

A partire dalla fine del 2010 i pagamenti all’Iran, mediante la Reserve Bank of India, erano stati bloccati a causa delle pressioni statunitensi sull’India, la quale aveva appoggiato nel 2007 le sanzioni contro l’Iran; seguite dalla decisione dello scorso aprile di limitare il commercio con Tehran che potesse favorire la ricerca nucleare iraniana. Washington e gli alleati occidentali avevano esortato Nuova Delhi a non utilizzare il tradizionale sistema di transazione monetaria gestito dall’Asian Clearing Union (ACU), operante dal 1974 su iniziativa dello United Nations Economic and Social Commission for Asia and Pacific (ESCAP). Gli Stati Uniti sostenevano la mancanza di trasparenza dell’istituto e per i possibili finanziamenti indiretti da parte dell’India del nucleare iraniano, celando in realtà una chiara politica di pressione nei confronti di Nuova Delhi, in modo da isolare Tehran. L’India, di fronte a questi ostacoli, a partire da marzo cominciò ad attivare dei canali alternativi, mediante la banca tedesca EIH; a loro volta interrotti a causa delle pressioni statunitensi e israeliane sulla Germania affinché ostacolasse i pagamenti indiani per il petrolio iraniano.

A causa dei ritardi, le compagnie petrolifere indiane hanno contratto un elevato debito nei confronti dell’Iran, il quale ha posto come termine ultimo per i pagamenti il mese di agosto. Il ministro delle finanze di Nuova Delhi, Pranab Mukherjee, ha sostenuto la scorsa settimana che i problemi legati al pagamento del petrolio sono definitivamente superati, come confermato dallo stesso Iran. Il debito sarà pagato mediante una banca statale turca, la Halkbank. “Asia Times Online” riferisce di una possibile pressione statunitense sulla banca turca per il blocco dei pagamenti, come avvenuto nei confronti della Reserve Bank of India. In realtà, nonostante la Turchia sia un paese di primo piano della NATO, appare poco probabile che Ankara si pieghi alle richieste di Washington, dato il nuovo ruolo geopolitico ricoperto dalla Turchia nell’area. Il controllo dei flussi di denaro indiano destinati all’Iran possono avvantaggiare Ankara nella propria competizione con Teheran nella regione.

L’intero problema non è naturalmente terminato con l’avvenuto pagamento da parte dell’India. La questione è legata a importanti considerazioni di carattere geopolitico, alle possibili conseguenze negative per le relazioni bilaterali indo-iraniane e alla competizione in corso in Eurasia per l’approvigionamento delle risorse energetiche; possono essere considerati, inoltre, le implicazioni per il rapporto tra Stati Uniti e India, collegato al legame con Israele e il mondo arabo sunnita, così come la perdita da parte dell’India della propria autonomia decisionale in politica estera avvenuta nel corso dell’ultimo decennio.

 

Il carattere delle relazioni tra India e Iran e le implicazioni geopolitiche

 

L’India e l’Iran hanno avuto, a partire dalla fine della Guerra Fredda, una proficua relazione, un rapporto strettamente collegato agli storici legami culturali esistenti tra il Subcontinente indiano e la civiltà persiana. Questa connessione ha subito una crisi a causa dell’avvicinamento indiano alla strategia statunitense in Asia Centrale e Meridionale, avvenuto in particolar modo nel corso dell’ultimo decennio e grazie all’azione in politica estera adottata dall’attuale coalizione progressista governativa guidata dal Congresso. Durante la Guerra Fredda, prima del 1979, l’India e l’Iran appartenevano a blocchi contrapposti: Nuova Delhi era maggiormente legata all’Unione Sovietica, mentre Tehran aveva un ottimo rapporto con Washington e Islamabad. In seguito alla rivoluzione khomeinista, l’Iran mantenne delle proficue relazione con il Pakistan islamico, piuttosto che con la secolare India. A partire dall’inizio degli anni novanta il legame tra Iran e India si è andato sempre più rafforzando, contraddistinto da importanti accordi di tipo commerciale e da una politica comune a riguardo di determinate questioni geopolitiche. In particolar modo per quanto riguarda l’Afghanistan, l’Iran non ha mai appoggiato il governo talebano filo-pakistano, favorendo, assieme all’India e alla Russia, attraverso una comune azione in Tagikistan, l’Alleanza del Nord afghana. Per quanto concerne Kabul, l’Iran rappresenta per Nuova Delhi un importante alleato per il commercio con l’Afghanistan e per il mantenimento dell’influenza indiana sul paese. Nell’attuale fase in cui gli Stati Uniti e la NATO sembrano volersi disimpegnare in Afghanistan, visto anche l’interesse statunitense per la ricerca di un potenziale nuovo ruolo attivo per il Pakistan, l’India potrebbe trovare nell’Iran un importante alleato per i propri interessi in Afghanistan. Non è comunque da sottovalutare il fatto che Nuova Delhi possa cooperare anche con Cina e Pakistan, dato il miglioramento dei rapporti con i due paesi avvenuto negli ultimi mesi. In questo senso verrebbe favorita la cooperazione regionale e l’azione della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) nel paese, vista anche l’intenzione cinese e russa di includere a breve Nuova Delhi e Islamabad nell’organizzazione come membri permanenti.

Tehran rappresenta un’importante risorsa per l’India non solo per gli interessi indiani in Afghanistan, ma anche per il nuovo ruolo ricoperto da Nuova Delhi in Asia Centrale. L’India sta, infatti, cercando di migliorare le proprie relazioni con le repubbliche centro-asiatiche, in modo da poter garantire una propria penetrazione economica nell’area, con evidenti implicazioni per l’approvigionamento energetico. Nuova Delhi ha siglato recentemente degli accordi commerciali in particolare con l’Uzbekistan e il Kazakistan. L’azione indiana in questi paesi è legata, inoltre, alla possibile cooperazione economica tra Nuova Delhi e questi Stati che potrebbe estendersi anche all’Afghanistan. Uno dei problemi attuali dell’India è legato alla mancanza di collegamenti terrestri con le repubbliche centro-asiatiche. Un proficuo rapporto con l’Iran, e potenzialmente con il Pakistan, potrebbe giovare al superamento di tale ostacolo, dal momento che la possibile presenza di due Stati ostili a occidente comporterebbe delle evidenti ripercussioni negative per gli interessi indiani in Asia Centrale e Afghanistan.

Oltre al rifornimento di petrolio, Tehran potrebbe garantire l’approvigionamento di gas naturale, mediante il gasdotto IPI, la cui costruzione in Pakistan dovrebbe iniziare a partire dalla fine del 2011, grazie al finanziamento cinese. L’ipotetica pipeline non è mai stata del tutto abbandonata dall’India, ma sembra che nell’intera vicenda legata ai gasdotti Nuova Delhi abbia scelto il TAPI, seguendo le pressioni statunitensi. Non convincono comunque le preoccupazioni indiane sulla sicurezza adottate come giustificazione della mancata partecipazione all’IPI. Il TAPI attraverserebbe ugualmente due Stati contraddistinti da problematiche legate all’insicurezza dei loro territori, l’Afghanistan e il Pakistan. Durante il mese d’agosto si sono svolti importanti colloqui tra il Turkmenistan, l’India e l’Afghanistan. Nuova Dehli e Ashgabat si sono accordate sul prezzo del gas naturale, rendendo dunque fattibile la costruzione della pipeline. A questo proposito è comunque da ricordare la recente attenzione posta dalla Russia, alleato militare dell’India, sia sull’IPI sia sul TAPI. Questi progetti, infatti, se realizzati, renderebbero il mercato europeo dipendente interamente dal gas naturale russo, dal momento che sia il gas iraniano sia quello turkmeno potrebbero essere indirizzati verso oriente. La Gazprom ha manifestato il proprio concreto interesse per la realizzazione della parte del gasdotto attraversante il Pakistan, al quale è interessata anche la Cina, con il conseguente possibile miglioramento delle relazioni russo-pakistane. La stessa compagnia russa ha l’intenzione di monitorare la situazione del gas turkmeno, avendo il pieno controllo del giacimento di Dautelabad, ipotetica fonte del TAPI. Recentemente però Ashgabat ha modificato le proprie intenzioni a riguardo della fonte di gas naturale per il TAPI, puntando sul giacimento di South Yolotan-Osman, il quale è già la fonte di gas naturale per la Cina e potrebbe diventare il quinto giacimento per produzione di gas a livello mondiale. In questo caso la Gazprom non ha voce in capitolo e il Turkmenistan potrebbe indirizzare il surplus derivato dal giacimento di Dautelabad verso l’Europa, rendendo possibile la realizzazione della pipeline Nabucco, competitiva al gas russo e sponsorizzata da Washington. In questo quadro saranno da attendere le mosse future dei diversi attori in gioco, ma la Russia si sta attivando per cercare di indirizzare il gas presente in Iran e Turkmenistan verso oriente in modo da soddisfare in primo luogo i propri interessi. Una delle opzioni è il vasto mercato indiano, potenzialmente il secondo o terzo consumatore di gas naturale nei prossimi decenni. Per quanto riguarda l’India sarà necessario comprendere se le autorità di Nuova Delhi opteranno per una politica estera autonoma dagli interessi statunitensi e maggiormente legata alle potenze regionali.

 

Gli ostacoli internazionali per le relazioni indo-iraniane

 

Le relazioni indo-iraniane sono ostacolate dalle pressioni, crescenti negli ultimi anni, esercitate da Stati Uniti e Israele su Nuova Delhi. L’India, in seguito all’accordo sul nucleare civile con Washington, ha mantenuto una politica strettamente legata ai desiderata statunitensi, a costo anche di ledere i propri interessi strategici. Gli accordi commerciali con l’Iran sono cospicui e l’approvigionamento di petrolio ha un giro d’affari intorno ai 12 miliardi di dollari l’anno. La stessa alleanza strategica con Israele, cresciuta in seguito alla fine della Guerra Fredda, ha determinato una perdita d’autonomia nella politica estera indiana in determinate questioni. Per quanto riguarda il proprio rapporto diplomatico con Tehran, l’India non può non tener conto di un altro importante ostacolo, fattore spesso sottovalutato. Nuova Delhi ha un fondamentale legame con i paesi del Vicino Oriente guidati dalle monarchie arabe sunnite e capeggiati da Riyad, i quali vedono nell’Iran una minaccia per la stabilità della regione. Arabia Saudita, Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Oman rappresentano per Nuova Delhi un’importante risorsa in termini commerciali, lavorativi ed energetici. Milioni d’indiani lavorano nei paesi arabi, il cui lavoro consta in circa il 40% delle rimesse degli emigrati verso l’India; il loro numero è destinato ad aumentare di circa il 5-10% nel prossimo decennio. Il commercio ammonta a circa 114 miliardi di dollari e potrebbe raddoppiare a partire dal 2014. Come ricordato in precedenza, il mondo arabo sunnita rappresenta anche un’importante fonte d’approvigionamento petrolifero per l’India. Nuova Delhi si trova di fronte a una duplice pressione, una proveniente da Stati Uniti e Israele, l’altra derivante dal mondo arabo, molto spesso molto più forte rispetto a quella israelo-statunitense. A questo proposito la decisione indiana di appoggiare le sanzioni contro l’Iran nel 2007 deriva da questa doppia spinta, la quale influenza sovente le scelte in politica estera dell’India.

La scelta strategica di Nuova Delhi di avvicinarsi sempre più a Washington è spiegata dalla contemporanea crisi nei rapporti tra Stati Uniti e Pakistan, così come dal sempre più stretto legame tra quest’ultimo e la Cina. A questo proposito non sorprende l’ingerenza statunitense nei confronti della politica interna indiana, esemplificata recentemente dalla questione di Anna Hazare, l’attivista gandhiano che sta sfidando il governo nella sua richiesta di un chiaro sistema legislativo contro l’imperante corruzione della società indiana. Gli Stati Uniti hanno ricordato all’India la necessità di garantire il libero svolgimento democratico di manifestazioni di dissenso. E’ evidente che l’azione di Hazare non è dettata, come sostenuto da alcuni esponenti governativi sotto pressione per l’intera vicenda, da un ipotetico finanziamento statunitense nei confronti di Hazare. Il problema della corruzione in India è una grave questione riguardante la società interna che colpisce principalmente le categorie sociali più basse e la classe media. I diversi scandali di corruzione emersi recentemente sono piuttosto legati alle politiche di liberalizzazione di stampo occidentale; gli scandali sono, infatti, cresciuti notevolmente a partire dal 1991. E’ piuttosto da sottolineare il fatto che la politica estera indiana stia subendo una considerevole pressione da parte degli Stati Uniti; oltre alla recente ingerenza sulla questione Hazare e sul pagamento dei rifornimenti petroliferi all’Iran, si può ricordare la richiesta statunitense della scorsa settimana affinché l’India interrompa i rapporti commerciali con la Siria e intensifichi la propria azione contro il regime di Assad. La scelta pochi mesi fa dell’Ayatollah Khamenei di appoggiare le rivendicazioni di autonomia del Kashmir, potrebbe portare l’India a un cambiamento di rotta nella propria politica estera, data la sensibilità indiana nei confronti della tematica kashmira, della quale non ha mai inteso accettare ingerenze esterne.

La questione dei pagamenti indiani del petrolio iraniano è un importante capitolo del complesso e contemporaneo “Nuovo Grande Gioco” delineatosi in Eurasia: la diplomazia attiva russa e cinese in competizione con quella statunitense in Pakistan, paese fondamentale per il transito di gasdotti e oleodotti; competizione evidente anche in Afghanistan, dove si inseriscono gli interessi anche di Pakistan, Iran e India; la spinta statunitense per un possibile dialogo con i talebani, in modo da rendere sicura ed effettiva la presenza di una propria base militare permanente a Kabul, in funzione anti-cinese, anti-russa e anti-iraniana; l’attenzione sempre più forte posta da tutti i diversi attori verso l’Asia Centrale e le sue risorse di idrocarburi; il crescente attivismo dello SCO in Afghanistan, unito alla volontà di includere come membri permanenti Pakistan e India, e potenzialmente l’Iran, nell’organizzazione, in modo da creare un potere controbilanciante l’alleanza atlantica (resta da vedere però come si comporteranno le repubbliche centro-asiatiche, attratte dalla NATO); la contemporanea spinta statunitense (unita a quella israeliana e dell’Arabia Saudita) verso l’India affinché si leghi sempre più strettamente alla strategia degli Stati Uniti.

L’avvenuto pagamento all’Iran dimostra una direzione precisa della politica estera dell’India, anche se un definitivo superamento delle recenti incomprensioni indo-iraniane è ancora molto lontano. L’India sembra comunque propensa a indirizzare la propria politica estera verso la cooperazione regionale, dato il miglioramento dei rapporti con la Cina e con lo stesso Pakistan. Un diverso indirizzo delle relazione indo-pakistane è possibile ed è testimoniato dalla riapertura del dialogo tra i due paesi avvenuto a Mohali lo scorso marzo e dalla recente visita del nuovo ministro degli esteri pakistano Hina Khar Rabbani a Nuova Delhi lo scorso luglio.

 


*Francesco Brunello Zanitti, Dottore in Storia della società e della cultura contemporanea (Università di Trieste). Ricercatore dell’ISaG per l’area Asia Meridionale, è autore del libro Progetti di egemonia (Edizioni all’Insegna del Veltro, Parma 2011). In “Eurasia” ha pubblicato Neoconservatorismo americano e neorevisionismo israeliano: un confronto (nr. 3/2010, pp. 109-121).

 

 

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