La significativa crescita politica delle due nazioni più popolose al mondo – Cina e India – nel corso degli ultimi due decenni ha portato con sé anche un risvolto inquietante, spesso legato alla rivalità tra questi due grandi paesi. Appena fuori dal limite delle acque costiere indiane, sta crescendo la presenza della Marina cinese. Al momento è difficile capire se la presenza navale cinese sia puramente marittima, oppure voglia essere una minacciosa manifestazione di potenza (power play).
A prescindere dall’esatta natura della presenza navale di Pechino entro ed attorno alle acque costiere indiane, l’Oceano Indiano e il Mar Arabico rimarranno la fondamentale via d’approvvigionamento per molte nazioni del mondo – di fatto, una linea vitale – e tra queste vi sono sia la Cina sia l’India. Il problema è dunque come mantenere tale via d’acqua libera da rivalità, prepotenze o ostilità, ed assicurare che il commercio mondiale non sia interrotto a causa del ricorso alla forza tra queste grandi nazioni. Prima, però, vediamo i recenti sviluppi.
Una cosa va tenuta costantemente presente: dati i loro propri interessi e la prossimità o ostilità verso una o entrambe le nazioni qui in discussione, le potenze esterne cercheranno di trarre vantaggio dalla situazione problematica, qualora Cina e India non dovessero raggiungere un accordo chiaro sull’importanza di mantenere la neutralità delle vie d’acqua. Le condizioni potrebbero inaspirsi negli anni a venire, e la crescita prevista da quasi tutte le nazioni, Cina e India in particolare, risultare gravemente compromessa. In ciascun paese non mancano studenti di geopolitica, educati alla scuola imperialista britannica o seguaci del mitico equilibrio di potenza kissingeriano. Questi piantagrane non esiteranno a surriscaldare l’una o l’altra nazione, intimando alle autorità d’adottare politiche negative che peggioreranno le relazioni bilaterali nel loro complesso.
Siccome tali vie d’acqua riguardano la vita d’almeno 2,3 miliardi di persone (considerando solo Cina e India) si tratta d’una materia assai più importante di molte delle crisi che oggi dominano nei media internazionali. Se le rotte marittime lungo la costa indiana dovessero divenire sede d’ostilità, le ripercussioni si sentirebbero in tutto il mondo. L’importanza di mantenere la loro neutralità diventa perciò ancora più alta.

Lo sviluppo navale indiano

L’India non sta sviluppando una marina minimamente deterrente, laddove le forze navali costituirebbero un’aggiunta all’Esercito ed all’Aviazione nel quadro delle latenti ostilità continentali col Pakistan. L’India non sta sviluppando neppure una marina in grado d’interdire i mari al nemico. Una simile marina sarebbe, in linea di principio, una marina anti-cinese che cerca di condurre una strategia d’interdizione nel Mar Cinese Meridionale ed oltre. Come evidenziato dallo stratega statunitense Thomas Burnett, tale opzione ricalcherebbe “la vecchia flotta sovietica: concentrata sugli attacchi anti-nave e, in particolare, su quelli sottomarini. Nella sua forma più aggressiva, potrebbe essere interpretata da alcuni come una marina anti-statunitense, in virtù della sua modesta capacità di proiezione nel Golfo Persico”.
L’India sta altresì edificando una “marina coalizzata internazionale”, presupponendo che le rivalità continentali con Pakistan e Cina stiano scemando. Si tratta d’una forza per l’impiego in una coalizione a sostegno delle norme internazionali.
Sebbene appaia che qualcuno potrebbe temere questo tipo di Marina indiana, in realtà il suo sviluppo a lungo termine rispecchierebbe un’India sicura di sé e fiduciosa, decisa a fare la propria parte per la conservazione della sicurezza globale.
Nel processo di costruzione di tale marina, ancora in atto, l’India ha raggiunto alcuni obiettivi. Di là dal Mar delle Andamane, la Compagnia Marittima Indiana sta per costruire il porto di Sittwe nel Myanmar occidentale. La giunta birmana ha deciso la costruzione del porto per sviluppare la regione, ricevendo dal governo indiano un finanziamento di 120 milioni di dollari statunitensi. Il progetto dovrebbe richiedere tre anni, cominciando nel 2010 e finendo nel 2012.
Nel contempo, l’India è impegnata in un altro progetto nel Myanmar, riguardante la viabilità fluviale. Un porto sarà costruito sul fiume Kaladan nel quadro del Progetto di Trasporto Multimodale, per facilitare il movimento ai cargo che dallo Stato indiano del Mizoram si recano a Sittwe scendendo lungo il Kaladan. Sittwe si trova a 250 chilometri dal confine indiano, sulla costa nord-occidentale del Myanmar, dove il fiume Kaladan sfocia nel Golfo del Bengala.
Il rafforzamento della presenza indiana nel Mar delle Andamane non deriva solo dagli sviluppi negativi nella regione. L’interesse di Nuova Dehli ed il suo grado di coinvolgimento in Asia Sudorientale sono cresciuti costantemente nel corso dell’ultimo decennio, e di pari passo è andata la sua preoccupazione per lo sviluppo del bacino delle Andamane.
Nel 2003 a Yangon i ministri degli Esteri di India, Myanmar e Thailandia firmarono un accordo per potenziare le vie di comunicazione tra i tre paesi. Una volta completata, una strada di 1400 chilometri connetterà i popoli dell’Asia Meridionale e dell’Asia Sudorientale. Un altro progetto per il trasporto di gas dal Myanmar all’India attraverso il Bangladesh è stato al momento accantonato, ma se fosse recuperato il gasdotto partirebbe dai giacimenti di Shwe nel Myanmar, attraverserebbe gli Stati indiani di Mizoram e Tripura e il Bangladesh per tornare infine in India fino a Kolkata.
Oltre il Mar delle Andamane e il Golfo del Bengala, la Marina indiana sarà presto impegnata nelle Maldive, fornendo alla piccola nazione sud-asiatica protezione contro i pirati. Il ministro della Difesa indiana A. K. Antony ha recentemente visitato Male, capitale delle Maldive, incontrandovi il presidente Mohammed Nasheed. L’India ha acconsentito ad alleviare la preoccupazione di Male per la pirateria. Natanti della Marina e della guardia costiera pattuglieranno le acque attorno alle Maldive, infestate di pirati. Ciò aiuterà anche Nuova Dehli, secondo un analista indiano, ad assicurarsi la catena di isole Andamane e Nicobare.
La ragione immediata per rafforzare la cooperazione difensiva è quella di acquistare posizioni militari nelle Maldive per combattere terroristi e pirati; alcuni osservatori, impegnati a intorbidare le acque, affermano però che a lungo termine l’India mira a promuovere la sua deterrenza militare contro la Cina.
Alex Vines di Chatham House (RIIA), nella sua relazione sulle iniziative indiane e cinesi in Africa, nota inoltre un crescente corteggiamento dell’India a nazioni come Mauritius, Seychelles, Madagascar e paesi costieri quali Mozambico, Kenya e Tanzania. “Una base di sorveglianza indiana – afferma Vines – è stata recentemente aperta ne Madagascar settentrionale. Il suo scopo precipuo è proteggere la navigazione”. Vines osserva che tali legami commerciali non sono affatto nuovi, ma furono approfonditi in epoca colonialista. I Portoghesi usarono il Mozambico come scalo sulla rotta per Goa, la loro colonia in India. Nell’ambito del colonialismo britannico, scrive Vines, per un certo periodo l’odierno Kenya ed una porzione di Uganda furono amministrati da Mumbai.
Vines, rappresentante di quel vecchio arnese dell’imperialismo britannico che è Chatham House, interpreta questi sviluppi come le mosse dell’India per contrastare l’influenza cinese. La sorveglianza, a suo dire, serve a mantenere aperte le rotte marittime e tenere sotto controllo “l’espansionismo” cinese.

L’assertiva presenza cinese

La crescente presenza cinese nell’Oceano Indiano è molto discussa tra gli strateghi internazionali. Vi si fa riferimento definendola “strategia del filo di perle”, espressione coniata in un rapporto dal titolo “Energy futures in Asia” che fu compilato da Booze Allen Hamilton nel 2005 per il Pentagono. Quella politica è ufficialmente diretta ad assicurare gli approvvigionamenti di petrolio e le rotte commerciali della Cina, decisivi per il suo pacifico sviluppo. Non di meno, era guardata sotto una luce completamente diversa a Washington e presso certi influenti ambienti indiani. Il “filo di perle” corre dalla costa di Hainan in Cina attraverso i litorali del Mar Cinese Meridionale, gli Stretti di Malacca e l’Oceano Indiano fino al Mar Arabico e al Golfo Persico.
Secondo Lisa Curtis (Heritage Foundation) alcuni analisti indiani credono che la Cina stia perseguendo una strategia dal doppio volto: quieta Nuova Dehli con la maggiore interazione economica, ma nel frattempo accerchia l’India e la pone in pericolo. La Cina sta rafforzando i legami col suo tradizionale alleato, il Pakistan, e sta lentamente guadagnando influenza con altri Stati dell’Asia Meridionale. Ad oggi, gl’investimenti cinesi s’estendono dall’isola di Hainan nel Mar Cinese Meridionale alle coste degli Stretti di Malacca, incluso lo sviluppo portuale di Chittagong in Bangladesh; a Sittwe, Coco, Hianggyi, Khaukphyu, Mergui e Zadetkyi Kyun in Myanmar; a Laem Chabang in Thailandia; e Sihanoukville in Cambogia. L’attività cinese a protezione delle rotte marittime e degli approvvigionamenti energetici s’estende nell’Oceano Indiano, in Sri Lanka, nelle Maldive, nel porto pakistano di Gwadar fino alle isole nel Mar Arabico ed al Golfo Persico.
Sospettosa sulle motivazioni cinesi, o forse colpita da un attacco di paranoia, l’India ha tentato invano di persuadere il governo dello Sri Lanka a non concedere alla Cina lo sviluppo del porto di Hambantota, attualmente in corso. Una volta completato, Hambantota dovrebbe avere un magazzino di carburante per aerei ed una raffineria per il gas naturale liquefatto. La prima fase prevede impianti per il rifornimento delle navi che dirigono per le vicine rotte marittime, tra le più affollate al mondo. Il presidente cingalese Mahinda Rajapaksa ha assicurato che l’India non ha niente da temere, trattandosi di un progetto strettamente commerciale. Ci si aspetta però che gl’investimenti cinesi in Sri Lanka aumenteranno ulteriormente, data la probabile conclusione della guerra civile e la possibilità di cercare petrolio al largo delle coste nord-orientali dell’isola.
L’India non è tuttavia il solo paese a soffrire d’occasionali attacchi di paranoia. Qualcosa di simile avvenne in numerose nazioni asiatica quando l’India annunciò il completamento del suo sottomarino nucleare, “Arihant”, costruito in collaborazione con la Russia. Il malumore pakistano è comprensibile, ma i media russi citarono analisti militari secondo cui l’“Arihant” sarebbe rivolto non al Pakistan, ma alla Cina. Costoro, a quanto pare, dimenticavano che una marina in grado di proteggere l’interesse nazionale dell’India dovrebbe avere un mucchio di sottomarini nucleari. In quanto nazione dotata di armi nucleari, l’India dev’essere in grado di dislocare il proprio arsenale anche in posizioni non costantemente rintracciabili, ed i sottomarini nucleari sono al momento il miglior strumento a disposizione per farlo. L’India dovrà anche sviluppare un SLBM (missile balistico lanciabile da sottomarino) – non perché la Cina ce l’ha, o perché la farebbe pagare ai Cinesi, ma perché una forza navale sviluppate deve avere tutte queste cose per garantire una forte deterrenza.

Un accordo tra gli Stati litoranei

L’obiettivo sia di Beijing sia di Nuova Dehli dovrebbe essere zittire le speculazioni negative di simili analisti e stemperare il clima. Il che non significa abbandonare le proprie basi marittime. Esse sono avamposti particolarmente importanti in caso di crisi, non necessariamente una crisi militare; ma queste basi dovrebbero essere destinate a vigilare che il commercio marittimo sia condotto pacificamente e senza interruzioni. Queste basi sarebbero vitali per la fornitura di cibo, medicinali ed altri generi di prima necessità nel caso di cicloni, tsunami o altre grandi catastrofi naturali. La questione è come farlo.
Per cominciare, sia India sia Cina devono comprendere davvero l’importanza di questa via d’acqua. Permettere che diventi un teatro di guerra non è nell’interesse di nessuno. Tutt’al più può eccitare gli studenti di geopolitica che non credono nella pacifica coesistenza delle nazioni, pienamente accessibili l’una all’altra senza appartenere a blocchi di potere. Una volta che ciò sarà pienamente realizzato, entrambe le nazioni dovranno impegnarsi a creare un’organizzazione governativa di tutti gli Stati litoranei. Il suo obiettivo sarà esclusivamente quello di mantenere le acque in pace ed accessibili a tutti. Nessun’altra questione bilaterale ricadrà nella giurisdizione di quest’organismo.
Ciò non può essere fatto da Bangladesh, Sri Lanka, Myanmar, Pakistan o Maldive. L’iniziativa deve venire da India e Cina, e tutte le discussioni preliminari devono coinvolgere sia Beijing sia Nuova Dehli.
Tale accordo tra tutte le nazioni litoranee può basarsi sulla forma della Legge del Trattato Marittimo (LTM), con le debite variazioni per adattarlo all’area. Ad esempio, il “passaggio innocente” di cui si parla nella Legge del Trattato Marittimo, afferma il diritto di navi da guerra, commerciali e da pesca di passare senza avviso nelle acque territoriali d’uno Stato, purché ciò non pregiudichi la pace, l’ordine o la sicurezza di quest’ultimo.
La Legge sul Trattato Marittimo fa riferimento anche al “diritto di transito”, garantendo a tutti i vascelli e velivoli di passare attraverso o sopra gli stretti larghi meno di 24 miglia nel loro punto più angusto; pare una clausola degna d’essere adottata. Nel Pacifico Meridionale troviamo stretti del genere, tra cui quello di Malacca.
“Passaggio delle rotte arcipelagiche” è un altro termine utilizzato nella Legge sul Trattato Marittimo. Esso statuisce il principio del diritto di transito negli arcipelaghi; nel nostro caso i più importanti Indonesia e Filippine. Garantisce a navi ed aerei di passare indisturbati per o sopra le acque di un arcipelago, definite come l’area inclusa delimitata dalle linee di base delle isole più esterne di un arcipelago. Il passaggio per le rotte arcipelagiche è garantito nella parte IV del LTM.
Nell’accordo regionale, che includerebbe tutti gli Stati litoranei partecipanti, le leggi summenzionati potrebbero essere modificate, a beneficio di tutti, per adattarsi ai requisiti regionali. Ma ciò richiede un impegno genuino da parte delle maggiori nazioni, come Cina e India.

*Ramtanu Maitra è un analista indiano che collabora regolarmente con “Executive Intelligence Review”, “Indian Defence Review” e “Aakrosh”.

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