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LXV – La bussola dell’UE indica l’Occidente

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Presentando la “bussola strategica” che definirà la rotta dell’Unione Europea in campo militare e non solo, Josep Borrell ha dichiarato che la difesa dei “valori liberali” richiede una “responsabilità strategica europea”; la quale non solo “non contraddice l’impegno europeo nei confronti della NATO, che resta al cuore della nostra difesa territoriale”, ma anzi sarà “il modo migliore per rafforzare la solidarietà transatlantica”. A quanto pare, l’ago magnetico della “bussola strategica” della UE continua ad indicare l’Occidente.

Descrizione

DOTTRINA GEOPOLITICA

“Nel gennaio 1987 un gruppo di giornalisti americani viene a Bruxelles per intervistare Jean Thiriart. ‘The Plain Truth’ è una rivista appartenente ad un gruppo religioso che dispone di mezzi considerevoli: una rivista stampata in sette milioni di copie, tradotta in sette lingue, collegata ad un’università privata, l’Ambassador College, a Pasadena (California). L’intervista, che ha una durata di trentacinque minuti, viene diffusa tramite una rete televisiva americana il 7-8 marzo 1987 nel quadro di una serie intitolata The World Tomorrow, sul tema ‘What Next for Europe’. (…) Dopo questa intervista televisiva, Gene H. Hogberg propone a Thiriart di rispondere ad un questionario scritto” (Yannick Sauveur, Jean Thiriart, il geopolitico militante, Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 2021, pp. 124-125). Viene qui tradotta la risposta data da Jean Thiriart alla prima domanda del questionario di Hogberg. La risposta alla seconda domanda è apparsa sul n. 4/2021 di “Eurasia”.

DOSSARIO: LA BUSSOLA DELL’UE INDICA L’OCCIDENTE

Da circa otto anni l’espressione “seconda guerra fredda” viene utilizzata per descrivere lo stato delle relazioni tra la Russia e l’Occidente. Tuttavia il ritorno della tensione e della diffidenza tra Washington e Mosca non è sufficiente per giustificare l’analogia, poiché vi sono almeno quattro differenze fondamentali che distinguono l’attuale competizione russo-statunitense da quella che ebbe inizio nel 1947 ed ebbe fine nel 1989. Il presente articolo cerca di mettere a fuoco tali differenze.

La crescita esponenziale degli Stati asiatici, l’estromissione degli Stati Uniti dal Vicino e Medio Oriente, i processi di formazione di poli maggiormente autonomi rispetto a quello di Washington, a cui si aggiungono la sempre maggiore attenzione statunitense nel mediterraneo asiatico e l’approfondimento dei progetti di integrazione eurasiatica, pongono l’Europa ad un bivio. Essa potrà ricostituirsi come polo autonomo e distinto o rimanere in una condizione di cattività, a seconda che decida di riconoscersi nella dimensione eurasiatica o in quella atlantica.

Il 7 novembre 2019 Emmanuel Macron, prendendo atto del disimpegno statunitense in Medio Oriente, invitava l’Europa a prendersi cura del proprio vicinato, diventando una potenza di equilibrio con una propria difesa e una propria visione strategica. Sembrò a qualcuno che queste dichiarazioni preludessero all’impegno della Francia e di conseguenza dell’Unione Europea per lo sciogliere i vincoli transatlantici. Non sembra proprio che le cose siano andate in questa direzione. D’altronde, esiste davvero una volontà europea di emancipazione dal dominio statunitense? Osservando la realtà, si è costretti a notare che tutte le iniziative franco-europee mancano il bersaglio e rimangono funzionali alle logiche dell’Alleanza Atlantica.

Si è assistito in questi mesi ad una ulteriore recrudescenza della “nuova guerra fredda” tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese. Oltre al Patto AUKUS per la condivisione di tecnologia a propulsione nucleare subacquea fra le tre principali potenze dell’Anglosfera, è stato registrato un notevole incremento della presenza “occidentale” nei mari adiacenti alla Cina: più nello specifico, in quella che gli strateghi nordamericani definiscono come “prima catena di isole”, cruciale per impedire l’espansione di Pechino verso l’Oceano Pacifico. In questo articolo, partendo dai due casi limite di Taiwan e dello Xinjiang, si cercherà di dimostrare come la strategia nordamericana nei confronti della Cina sia rivolta non solo al suo “contenimento”, ma anche, mettendo in dubbio le fondamenta del principio della “Cina unica” e indivisibile, al tentativo di renderla facilmente ricattabile su più teatri, affinché evitare un suo progressivo smantellamento in stile sovietico dipenda dalla benevolenza USA.

Il presente articolo indaga l’effettiva possibilità che la Repubblica Popolare Cinese scenda in guerra per la riconquista di Taiwan contro le forze di autodifesa della Repubblica di Cina. Analizzando la qualità e la quantità delle forze armate di entrambi gli attori, concludiamo che, allo stato attuale, la Repubblica Popolare Cinese non è in grado di portare a termine con successo l’operazione senza dover pagare un prezzo insostenibile sul piano militare. Bisogna quindi rifuggire le sirene della propaganda anticinese che ventila l’imminenza di un “pericolo giallo”.

La Turchia si mantiene in un sottile e difficile equilibrio fra appartenenza alla Nato e ricerca di una compiuta sovranità che premi il suo importante ruolo geopolitico di cerniera eurasiatica. Il Presidente Erdoğan ha recentemente sottolineato l’incompatibilità tra l’idea di un esercito europeo e l’appartenenza al Patto transatlantico: intanto però la posizione turca sul progetto di mobilità militare previsto dall’Unione Europea – in collaborazione con gli Stati Uniti – e quella sugli accordi Berlin plus (che individuano un certo grado di progettualità europea) pone la questione dell’effettiva capacità di Ankara di rendersi indipendente dal mortifero abbraccio occidentale.

Diciamolo subito: le relazioni internazionali non sono la preoccupazione principale di Éric Zemmour. Tuttavia la posizione da lui assunta su certe questioni fondamentali getta luce sul genere di elettorato che egli vuole sedurre e sui poteri ai quali egli risponde.

DOSSARIO: GEOPOLITICA DEI VACCINI

Tra le tante deformazioni culturali della nostra epoca c’è indubbiamente la totale assenza di memoria storica (spesso anche incentivata dal sistema informativo). Se quella attuale non è certo l’unica pandemia che ha sconvolto l’umanità, nemmeno la cosiddetta “geopolitica vaccinale” è una novità assoluta (sebbene non abbia mai assunto l’attuale livello di ferocia e aggressività che consente di paragonarla ad una vera e propria corsa agli armamenti). Già nel corso della Prima Guerra Fredda, la competizione tra Stati Uniti ed URSS si giocò anche sul piano di una corsa alla vaccinazione contro il vaiolo in Africa e in Sud America che mirava ad acquisire nuovi spazi di influenza geopolitica. Di fatto, furono i Sovietici a sviluppare una tecnica di congelamento dei vaccini antivaiolo che consentiva di inviarli nelle aree tropicali. E fu questa innovazione ad aiutare l’epidemiologo nordamericano Donald A. Henderson nella sua campagna globale di eliminazione della malattia. Ancora, oltre sessanta anni fa, le due potenze (nelle persone degli scienziati Albert Sabin e Mikhail Chumakov) collaborarono alla produzione di un vaccino orale contro la poliomielite. L’attuale geopolitica dei vaccini, innestata nei meccanismi di una nuova guerra fredda, non lascia nessuno spazio ad un minimo di cooperazione tra gli schieramenti avversi. Questa partita, infatti, lungi dall’aver qualcosa in comune con lo slancio umanitario, è centrale nello scontro per la riaffermazione dell’egemonia globale nordamericana o per il concreto sviluppo di un ordine multipolare.

Gli Stati Uniti d’America farebbero bene ad ascoltare la voce che si leva dalla comunità internazionale e smettere di usare la questione della ricerca delle origini del virus per scopi di manipolazione politica. Se l’America dovesse continuare ad insistere con questa “teoria della fuga dal laboratorio”, forse dovrebbe invitare l’OMS a svolgere le dovute indagini a Fort Detrick.

L’Occidente ha avuto a disposizione una lezione importante sulla gestione della pandemia che non ha voluto apprendere. Invece di guardare onestamente al dramma del popolo cinese, dapprima lo ha sfruttato per criticarne il sistema politico, poi lo ha sottovalutato e infine lo ha subìto, pagando un prezzo molto salato. Un prezzo che ha un’unica origine: arroganza e malcelato senso di superiorità. La globalizzazione neoliberale sarà forse un ricordo, ma quel che è certo è che i modelli politici ed economici verranno ampiamente messi in discussione, mentre quello cinese diventerà il riferimento di un crescente numero di Paesi e soggetti politici.

La vaccinazione di massa contro il Covid-19 in Iran e le importazioni dall’estero (Russia e Cina) dei vaccini Sputnik e Sinofarm con il contemporaneo divieto nei confronti dei vaccini occidentali, soprattutto Moderna e Pfizer, hanno messo per l’ennesima volta in risalto la politica estera eurasiatica voluta dalla Guida Ali Khamenei, che grazie al sostegno del governo appena insediatosi di Ebrahim Reisi, sembra voler accelerare l’integrazione iraniana verso est. Ciò crea sempre maggiore preoccupazione in Occidente; proprio per questo nessuno può escludere nel breve un colpo di scena, ovvero l’attuazione di un complotto di matrice occidentale eseguito dai Paesi mediorientali per assestare un colpo decisivo alle ambizioni regionali della Repubblica Islamica.

GEOPOLITICA DELLE SETTE

La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni è una realtà minoritaria fra i cosiddetti “nuovi movimenti religiosi” originari degli Stati Uniti d’America, con circa 26.000 adepti in Italia. Non è così in madrepatria, dove i mormoni sono la quarta religione organizzata, con oltre 16.000.000 di fedeli e un considerevole peso politico ed economico. Presenti in Italia sin dal 1850, dove iniziarono l’opera di proselitismo nelle “valli valdesi”, i mormoni ritorneranno nel nostro Paese grazie alle truppe statunitensi della seconda guerra mondiale. Grazie ai legami fra l’apostolo Ezra Taft Benson (tredicesimo presidente della Chiesa e segretario all’agricoltura di Dwight D. Eisenhower) e il ministro dell’agricoltura italiano Mario Ferrari-Aggradi, nel 1964 i mormoni ottennero il permesso di aprire una loro missione a Roma, dove oggi sorge il più grande “tempio” mormone d’Europa. L’articolo cercherà di spiegare come tutti questi fattori confermino l’esistenza di una cosiddetta “geopolitica mormone”, che fa dell’Italia, nonostante i pochi adepti, il fiore all’occhiello di una strategia di proselitismo ai danni di altri culti e della Chiesa cattolica.

DOCUMENTI

Il 2 settembre 1933 veniva firmato a Palazzo Venezia, dal Capo del Governo italiano e Ministro degli Affari Esteri Benito Mussolini e dall’Ambasciatore sovietico Vladimir Petrovič Potëmkin, il Patto italo-sovietico di amicizia, non aggressione e neutralità. In occasione di tale avvenimento, il Duce scrisse per l’“Universal Service” il presente articolo, che venne pubblicato anche sul “Popolo d’Italia” il 30 settembre 1933.

Riportiamo i passi salienti del discorso tenuto alla Camera dei Deputati dall’on. Palmiro Togliatti, segretario nazionale del PCI, nella seduta pomeridiana di martedì 15 marzo 1949. Da Il Patto Atlantico al Parlamento italiano. Le dichiarazioni del Governo e i discorsi dell’Opposizione (11-18 marzo 1949), a cura del Centro Diffusione Stampa del P.C.I., 30 giugno 1949.

Nel centenario della nascita (1922) e trentennale della morte (1992) di Jean Thiriart: L’Europe et l’U.R.S.S. Un Rapallo européen: pourquoi pas?, “Jeune Europe” (suppl. di “Nation Belgique”), a. III, n. 85, 2 marzo 1962.

Nel centenario della nascita (1922) e trentennale della morte (1992) di Jean Thiriart: Prague, l’U.R.S.S. et l’Europe. “La Nation Européenne”, n. 29, novembre 1968.

INTERVISTE

L’on. Pino Cabras è un politico e giornalista italiano, deputato della XVIII legislatura per il movimento “L’Alternativa c’è”. È vicepresidente della Commissione Affari Esteri della Camera dei deputati. Intervista a cura di Stefano Vernole.

RECENSIONI E SCHEDE

Amedeo Maddaluno, Afghanistan. Il ritorno dei Talebani (Daniele Perra)

Jean Thiriart, Europa Nazione (Adelaide Seminara)

Daniele Perra, La terra dei puri (Luca Baldelli)

Salvo Ardizzone, Medio Oriente. Dall’egemonia USA alla resistenza islamica (Alessandra Colla)

Aristofane, Le vespe (Adelaide Seminara)

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