“Abbiamo informato le Nazioni Unite e l’Iran che non concederemo il visto al signor Abutalebi”, queste le parole del portavoce della Casa Bianca, Jay Carney: la decisione degli Stati Uniti di non concedere il visto all’ambasciatore iraniano all’ONU Hamid Aboutalebi sorprende, e non poco, la comunità internazionale. Il motivo del diniego si basa sul fatto che egli ha avuto un coinvolgimento nella famosa crisi degli ostaggi del 1979 all’ambasciata americana di Teheran e nella quale furono sequestrati 52 cittadini statunitensi per 444 giorni. A tal proposito sono significative le dichiarazioni della portavoce del Dipartimento di Stato USA Jen Psaki: “dato il suo ruolo negli eventi del 1979, che hanno avuto ripercussioni profonde sul popolo americano, sarebbe inaccettabile emettere il visto.”

Il ricordo di tale accadimento è ancora vivo nella mente dell’opinione pubblica americana: invero, la Camera e il Senato americano il 7 e il 10 aprile scorsi hanno approvato la mozione – presentata dal senatore repubblicano Ted Cruz – che vieta l’ingresso negli Stati Uniti a chi è stato coinvolto in atti terroristici contro la nazione. Si tratta in questo caso di un emendamento a completamento del “Foreign Relations Authorization Act”, col quale il presidente ha la possibilità di non concedere il visto d’ingresso negli USA ai rappresentanti dell’ONU che potrebbero costituire un pericolo per la sicurezza della nazione o siano stati coinvolti in attività di spionaggio contro lo stessa. La reazione del governo iraniano non s’è fatta attendere: non solo non ha ritirato la nomina di Aboutalemi, ma si è riservato di citare in giudizio i nordamericani poiché la decisione di non concedere il visto è stata ritenuta dal governo Rohani una violazione dei trattati internazionali che va contro l’accordo tra l’ONU e gli Stati Uniti.

Hamid Aboutalemi è sicuramente un diplomatico esperto: 56 anni, laureato alla Sorbona di Parigi, è stato in passato ambasciatore in Italia, Belgio e Australia. La sua nomina, voluta dal nuovo premier Rouhani, avrebbe dovuto sostituire quella del suo precedessore, l’economista Mohammed Khazaee. “Simpatizzante” dell’ala moderata del suo Paese, in passato vicino anche a Khatami col quale avrebbe voluto creare una nuova “democrazia tollerante”, la sua esperienza sarebbe dovuta servire nel portare avanti il faticoso dialogo sull’annosa questione nucleare (in questi giorni infatti si è svolto un terzo round di colloqui) in vista dei negoziati che riprenderanno il 13 maggio a Vienna, con la speranza di trovare un accordo definitivo che sostituisca a luglio quello provvisorio. L’interrogativo che ci si pone riguarda quelle che potrebbero essere ripercussioni proprio su tale ultima situazione: dopo tanto “lavoro” nel cercare di trovare un punto in comune, la mossa di ritirare il visto ad Aboutalemi (il quale ha già ribadito più volte che il suo ruolo nella crisi del 1979 sarebbe stato semplicemente quello di interprete, in un secondo momento, dell’assalto all’ambasciata) potrebbe sembrare rischiosa, se non quantomeno “inopportuna”. Entrambi i governi, sia quello a stelle e strisce che quello persiano, hanno assicurato che comunque tutto ciò non dovrebbe influenzare il cammino verso un nuovo accordo. Teheran comunque non sembra disposta a cedere – secondo anche quelle che sono le affermazioni del suo Vice Ministro degli Esteri Abbas Araghci – negando “un’alternativa per rimpiazzare Abutalebi” e ribadendo che “porterà avanti la questione attraverso i meccanismi legali”.

A tutto questo, inoltre, si aggiunge un altro episodio che ha generato una nuova tensione diplomatica internazionale e che ha coinvolto ad inizio aprile l’Ue: il Parlamento europeo ha difatti adottato una risoluzione sullo sviluppo delle relazioni tra Unione europea e Iran, il cui contenuto indica chiaramente il governo iraniano come autore di sistematiche violazioni di diritti fondamentali nel paese. Il Ministro degli Esteri persiano, Mohammad Javad Zarif, ha liquidato come false e pretestuose le accuse lanciate, aggiungendo poi che non consentirà la visita di alcuna delegazione del parlamento europeo in Iran. Dall’aumento delle esecuzioni capitali, al persistere delle discriminazioni sessuali, religiose ed etniche più un mancato rispetto, nelle scorse elezioni di Rouhani, degli standard democratici valutati dall’Unione Europea: tutto ciò è contenuto in tale risoluzione. Questo complica ulteriormente quel clima di dialogo che si era creato nei mesi scorsi: vedremo come reagiranno in merito anche Russia e Cina. Sicuramente le scintille col vecchio continente, così come la spinosa questione del visto ritirato dagli USA, potrebbero bloccare un cammino che sembrava potersi avviare verso un epilogo ragionevole: c’è realmente bisogno in questo momento di trovare un clima distensivo a livello globale. La posta in palio è alta così come il rischio che il banco possa saltare. Nel corso di questo mese attenderemo delle risposte che ci auspichiamo positive. In tutto questo, purtroppo, non ci resta che constatare sempre di più con amarezza il declino e la perdita di peso del vecchio continente, una volta fulcro fondamentale della diplomazia internazionale: adesso invece solo una mesta e triste realtà senza più spina dorsale.


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