Il binomio guerra e pace, che per lungo tempo ha semplicemente significato due ben distinte pratiche rituali del gioco politico, statale e non, susseguentisi l’una all’altra, nell’era globale necessita di essere ridefinito.

Le nuove “pratiche di guerra e pace” rendono impronunciabile il termine guerra, quasi fosse tabù, e lo nascondono sotto le etichette di “intervento umanitario” e “peace-keeping operations”, mentre ciò che chiamiamo pace in realtà si confonde, tende a sfumarsi ed a sovrapporsi al “momento” armato, desacralizzandolo.

Il termine pace risuona piuttosto come processo di “building democracy” pilotato dalle potenze atlantiche al fine di inculcare valori occidentali ormai globali (democrazia, “libero mercato” ecc). Autori classici quali Karl von Clausewitz, sebbene ancora oggi studiati e dibattuti, devono essere rivisitati e riconsiderati completamente alla luce di queste nuove “operazioni chirurgico-asimmetriche” in cui non si dichiara guerra e non si stipula una pace.

Come definire questo binomio nell’era globale di oggi? Quali le prospettive future?

 

Il pensiero di Clausewitz alla luce del nuovo rapporto guerra e pace

Parlare di guerra e pace nell’epoca globale in cui viviamo non significa altro che ridefinire e talvolta “rovesciare” il pensiero politico e strategico di grandi pensatori classici quali Clausewitz, vissuto in un periodo storico non così lontano cronologicamente dal nostro, ma “concettualmente” inattuale.

Senza entrare troppo nello specifico intorno alla vita e alla complessa architettura teorica che sottende il pensiero politico di questo autore, poiché ciò non è oggetto della mia indagine, cercherò tuttavia di mostrare come alcune sue riflessioni non siano più utili per comprendere il sistema internazionale odierno.

Clausewitz, generale prussiano, teorico e stratega sotto il regno di Federico Guglielmo III, considera la guerra alla stregua di un duello, la cui violenza serve a costringere l’avversario ad eseguire la nostra volontà ed ha come scopo finale il disarmo dell’avversario stesso.

Nient’altro dunque che la risultante di due forze che si contrappongono e tendono a prevalere l’una sull’altra; forze che inevitabilmente sono frenate da una “nebbia” conflittuale.

Questa “nebbia” impedisce alla prima di invadere lo spazio della seconda, poiché la guerra è come un camaleonte: cambia forma ed è a tratti imprevedibile.

La pace che ne consegue diviene di conseguenza un momento isolato dalla guerra, in cui il nemico non è un inimicus ma un hostis (schmittianamente parlando); non dunque un “altro o alieno”, ma un simile che deve essere ricompreso e riconsiderato, diremmo oggi, nel sistema regionale o ad un livello superiore, nel sistema mondiale in cui viviamo.

Guerra e pace somigliano dunque a un gioco della politica con regole ben definite, in cui ogni giocatore non viene eliminato o demonizzato, ma “rientra” infinite volte.

Se l’epoca in cui scrive il generale prussiano è quello dei grandi eserciti di metà Ottocento, come cambia il binomio guerra e pace oggi, nel mondo globale e glocale in cui viviamo, dove non esistono barriere spaziali, dove l’informazione ci permette di vivere in tempo reale ciò che accade intorno a noi e dove la tecnologia dirada definitivamente la nebbia clausewitziana?

La guerra risulta essere non più un duello tra Stati, ma un’operazione “chirurgica” fortemente asimmetrica, risultante nient’altro che dalla sommatoria delle forze della “comunità internazionale” contro un nemico “inerme” che non si riconosce come facente parte di tale “club”, ma un vero e proprio inimicus, un “rogue state” da sconfiggere e da eliminare definitivamente.

Siccome un tale nemico non può opporsi, poiché non possiede capacità militari paragonabili al braccio armato atlantico, soccomberà inevitabilmente; potrebbe giocare la carta del terrorismo come arma del più debole, ma non vincerà.

Vi sono sì due forze che si contrappongono, ma una chirurgicamente opera sul “corpo” inerme dell’altra.

Seminiamo violenza, ma non pronunciamo più la parola guerra, quasi fosse un tabù ; non vi è una dichiarazione di guerra, un vero e proprio cerimoniale che ne indichi l’inizio, ma il tutto si riduce ad una votazione favorevole del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e molte volte, in verità, all’unilateralismo delle potenze dominanti) che decide di usare la forza etichettandola come “intervento umanitario” e di “peace keeping operations”.
 

Intervento umanitario e peace keeping operation

Con il primo termine si intende definire una guerra di tipo nuovo, che non è necessaria ma obbligatoria; essa si autolegittima (ponendosi al di sopra del diritto internazionale) dichiarando lo scopo di salvare la popolazione dalle violenze dello Stato canaglia o del dittatore di turno.

Il paradosso sta nel fatto che l’uso della forza armata nasce da un’esigenza di difesa dell’universalità e il rispetto dei diritti umani e non pochi sono i casi in cui proprio i promotori di tali valori a loro volta dichiarano uno stato di emergenza umanitaria con un fine che in realtà differisce totalmente dallo scopo iniziale: attraverso l’elaborazione teorica di un programma di post-war rebuilding, favorire la creazione di uno nuovo spazio economico all’interno dello stato “liberato”.

Il caso libico è emblematico: se già nel 2006 Londra liberò l’agente libico Abdel Basset al-Megrahi, responsabile dell’attentato di Lockerbie, in cambio di concessioni per petrolio e gas mentre Parigi dovette “accontentarsi” di vendere vecchi Mirage F-1 utilizzati anni dopo per bombardare i rivoltosi, oggi, non stupisce che al termine della “guerra” libica, l’Europa e non solo essa, ricominci la corsa agli idrocarburi.

Dopo la fine dei conflitti armati, dove si colloca il sacrale momento della pace?

La domanda non ha una facile risposta: questa si confonde infatti con la guerra, costituendo un unicum in cui si alternano momenti di tregua a ripresa delle ostilità; non mi riferisco ovviamente alle pause della tregua Dei medioevale o quelli tipici dello jus publicum Europaeum, quanto piuttosto esse sembrerebbero atte non tanto a ricercare la pace quanto piuttosto a preservarla dallo scoppio di reiterate ostilità.

Pace è forse quando gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dell’Iraq o quando le grandi potenze decidono che è giunto il momento di creare un nuovo spazio democratico più forte che promuova il mercato esportando e successivamente inculcando valori occidentali in sistemi regionali non geograficamente né tradizionalmente occidentali? Oppure tutti e due?

Non si stipulano trattati di pace, poiché il nemico deve essere eliminato e sostituito e il gioco politico della guerra deve finire il prima possibile con un notevole ritorno economico.

Questa già difficile distinzione si riflette inoltre, dalla sovrapposizione dei termini in oggetto, con particolare riferimento alla seconda etichetta di nuova guerra dell’era globale: le cosiddette peace-keeping operations.

Questo termine di guerra post-moderna contiene già in sé la parola pace risultando anche a livello terminologico arduo comprendere dove inizi la pace e dove finisca la guerra; in particolare l’idea generale è che attraverso operazioni di guerra si debba preservare la pace.

Se nei fini statutari dell’ONU è esplicitamente previsto che tale organizzazione debba mantenere la pace e la sicurezza, di fatto, non trovano esplicita previsione in esso; la legittimità giuridica della quale è stata ravvisata da gran parte della dottrina nel consenso delle parti in causa alla missione.

Questo di fatto obbliga il “monomio” guerra e pace non solo a ridefinirsi rispetto a quanto detto ma, parimenti, a ricercare una nuova fonte di legittimità ad hoc.

A sua volta questo vocabolario dei nuovi conflitti armati si arricchisce di nuove definizioni: si parla, infatti, di peace enforcement operations o di peace building operations come varianti della più ampia famiglia delle peace keeping operations; il secondo, è emblematico, poiché fa riferimento al tentativo di preservare la pace attraverso un processo di ingerenza nella sfera di sovranità altrui al fine di promuovere non solo lo stato di diritto ma anche per l’appunto i valori occidentali di cui ho discusso poc’anzi.
 

Prospettive future

Non è semplice delineare il “futuro” di termini quali guerra e pace.

Come abbiamo visto nell’epoca globale in cui viviamo questo binomio tende a perdere di significato poiché non ha più un valore “cerimoniale” inteso come rituale di due momenti a sé stanti.

Portare guerra significa dunque, spostare il teatro di guerra nel territorio nemico preservando la sacralità del territorio in cui vivo; una forza (quella della “comunità internazionale”) plasma come argilla l’altra, la quale non ha infatti la capacità di resistere, se non utilizzando l’ arma terroristica come arma dei più deboli.

La sovrapposizione e la compenetrazione di questi due con il passar del tempo tenderà ad aumentare poiché il fattore tecnologico è quello che ha permesso alla sfera riservata alla guerra di fuoriuscire e invadere il campo della pace.

A mio avviso se le distanze risultano essere ormai annullate dal processo di globalizzazione in cui viviamo, i conflitti armati tenderanno, grazie al continuo ammodernamento degli armamenti, a divenire sempre più di breve se non di brevissima durata eliminando definitivamente il confronto tra le due forze contrastanti clausewitziane (che come detto ad oggi risulta essere una “agente” contro una “inerme”).

La “guerra” risulterà esaurirsi sempre più quale questione di first strike non lasciando all’avversario alcun tempo di reazione.

Se le tecnologie del futuro, tenderanno a concentrarsi nelle mani di pochissimi stati, la guerra diverrà sempre più un sofisticato strumento elitario, portando questi ultimi a rinnegare sempre più le regole stabilite non solo dallo Statuto dell’Onu ma quelle della normale convivenza internazionale.

Il mio nemico, non più hostis né inimicus, diverrà un inimicus assoluto e la guerra si tradurrà nient’altro che in un fatto privato e personale, poiché non ci si nasconderà più dietro l’etichetta di intervento umanitario per influenzare e “pilotare” la sfera sovrana altrui.

La pace risulterà, di conseguenza, essere dettata dal più forte nei modi e nei tempi preferiti.

 

*Luca Francesco Vismara, dottore in Relazioni Internazionali presso l’Università Statale di Milano.

 

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