Si è tenuto il 9 Gennaio, il tanto atteso referendum che decreterà le sorti dell’unità territoriale del Sudan. Come stabilito dal Comprehensive Paece Agreement (CPA) siglato a Nairobi nel 2005 tra il National Congress Party (NCP) ed il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), il referendum darà la possibilità al Sud Sudan di decidere riguardo la propria indipendenza rispetto al Nord e divenire, di fatto, un altro Stato autonomo.

La guerra civile in Sudan tra il governo del Nord, a maggioranza araba e musulmana, ed i separatisti del Sud,  prevalentemente animista e cristiano, ha imperversato  a più riprese per quasi quarant’anni, causando un numero di vittime stimato intorno ai due milioni di persone. Il referendum, da molti salutato come una concreta possibilità di risoluzione, è l’ultima tappa del percorso di pacificazione tratteggiato dai trattati del 2005, nella speranza di una fine definitiva delle ostilità. Al di là dell’esito della votazione, da molti preannunciato come sicuramente favorevole alla secessione, le incertezze tuttavia restano numerose: altre preoccupazioni hanno destato l’attenzione generale, come ad esempio il possibile rinvio del referendum stesso, dovuto apparentemente a motivi organizzativi, o l’incertezza riguardo il rispetto del risultato, soprattutto da parte del Presidente del Nord Sudan, Omar Al- Bashir.

Il Referendum: Abyei ad il problema del petrolio

Il referendum, è in realtà di una sorta di doppia votazione: la prima è quella prevista per il Sud Sudan concernente la separazione definitiva dal resto del Paese; la seconda, riguarda invece Abyei, località al confine tra Nord e Sud, ai cui elettori viene chiesto riguardo la loro volontà ad essere parte di uno o dell’altro Stato. La sola organizzazione del referendum è stata una vera e propria sfida: il Sud Sudan è una delle regioni più sottosviluppate al mondo, con un tasso di analfabetismo vicino ad una percentuale del 85% e poche miglia di strada asfaltata. A dispetto però dei seri problemi logistici, apparentemente non ancora del tutto risolti,  l’organizzazione della votazione nel Sud Sudan è stata ultimata con successo, nel tentativo di evitare un rinvio e grossi sforzi sono stati compiuti per cercare di rispettare le scadenze prestabilite e soprattutto per fare in modo che il voto rispecchi la volontà della maggioranza della popolazione. Il voto è aperto a tutti coloro che hanno potuto dimostrare di essere sud sudanesi o di avere legami di parentela con abitanti del Sud, includendo così numerosi abitanti del Nord Sudan trasferitosi per motivi di studio, lavoro o semplicemente in fuga. Il Sudan People’s Liberation Movement non ha nascosto le proprie perplessità riguardo tale inclusione: si teme infatti il voto di tali elettori, residenti da anni nel Nord del Paese e quindi possibili vittime di coercizione, senza contare le grosse difficoltà che lo spostamento di un ingente numero di individui causerebbe allo svolgimento del referendum stesso. Non di meno, un rinvio non è stato comunque contemplato dal Sud Sudan, nonostante probabilmente avrebbe permesso una migliore pianificazione dell’evento.

Per quanto concerne la località di Abyei, invece, la situazione sembrerebbe molto più complessa, a causa soprattutto degli interessi politici-economici nella regione: l’area, difatti, è cruciale per la produzione petrolifera dell’intero Sudan. I residenti di Abyei sono stati chiamati a decidere se rimanere parte del Nord Sudan o unirsi con il Sud Sudan, ma, nemmeno a dirlo, la disputa su chi avrà diritto al voto è stata difficoltosa e non ha avuto un chiaro esisto, tanto che gli Stati Uniti stessi, principali sostenitori del referendum, avevano pubblicamente riconosciuto l’impossibilità che questo avvenga nella regione nella data stabilita del 9 Gennaio. La popolazione residente nell’area è a maggioranza appartenente all’etnia Ngok Dinka, orientata per un’unione con il Sud: tuttavia le sorti della votazione potrebbero risultare rovesciate se a votare siano stati anche i gruppi nomadi Misseriya, che si spostano nella regione dal Nord per numerosi mesi l’anno e che, secondo la nuova demarcazione dei confine stabilita dalla Corte Permanente d’Arbitrato di Hague nel 2009, sono stati inseriti tra i residenti della regione.

La disputa principale, tuttavia, concerne i giacimenti petroliferi del distretto e soprattutto, chi avrà diritto al loro utilizzo in base al risultato della votazione. Il problema del petrolio, comunque, va ben oltre la sola questione di Abyei: la maggioranza dei giacimenti ( a seconda di dove saranno stabiliti i confini) si trovano nella parte meridionale del Paese, la quale è però totalmente sprovvista di raffinerie. Gli oleodotti infatti, essendo il Sud privo di sbocchi sul mare, corrono tutti verso Nord, a Port Sudan, dove il petrolio viene raffinato e poi imbarcato per l’esportazione. Attualmente, Nord e Sud dividono i proventi al 50 %, sebbene da molti anni ci siano pressioni da entrambe le parti per un cambiamento degli accordi: il Sud, essendo i giacimenti sul proprio suolo, chiede una percentuale maggiore sui ricavati; il Nord, possedendo tutti gli impianti necessari alla lavorazione, vorrebbe imporre una tassazione per l’utilizzo dell’oleodotto e delle raffinerie.

I confini, l’acqua ed il ruolo dell’Egitto

Le dispute tra le due fazioni comunque, non si limitano al petrolio ed includono tra gli altri temi quali la determinazione dei confini e lo sfruttamento delle acque del Nilo, argomenti piuttosto rilevanti non solo per il Sudan, ma anche per gli altri Paesi confinanti, in primo luogo l’Egitto.

Per quanto riguarda i confini, secondo il segretario generale dello SPLM, ben quattro differenti regioni sono oggetto di contesa, oltre il già menzionato distretto di Abyei: il confine che separa la contea di Renk dal Nord della regione del Nilo Bianco; la parte sud della regione del Kordofan, dove ci sono altri giacimenti petroliferi, i confini nord della regione di Bahr al-Ghazal e quelli ad Ovest della stessa rispetto alla zona del Darfur. Al di là delle recriminazioni riguardanti il petrolio, il problema maggiormente rilevante nella determinazione definitiva di linee di confine ben precise riguarda soprattutto la sorte di migliaia di sud-sudanesi residenti al Nord: si calcola che all’incirca due milioni di originari delle regioni meridionali del Sudan vivano adesso in quelle settentrionali e si teme un esodo, in caso di secessione, senza precedenti. Secondo una stima delle Nazioni Unite, circa quattrocento mila persone inizieranno a dirigersi verso Sud subito dopo il referendum e non si hanno certezze sul destino di tutti quei sud-sudanesi che si sono ormai definitivamente stabiliti nel Nord e non torneranno nei luoghi natii. La questione dei rifugiati non è affatto trascurabile e si temono nuove ostilità e stragi e non si può nemmeno escludere una nuova ondata migratoria sudanese verso l’Egitto. Qualsiasi siano gli esiti del referendum il governo del Cairo paventa la possibilità di nuovi arrivi: sono oggi già presenti sul suolo egiziano circa cinquecento mila sudanesi a cui è stato riconosciuto lo status politico di rifugiati, ma probabilmente vi è un numero altrettanto grande di individui sprovvisti di tale riconoscimento, senza contare poi la comunità sudanese regolarmente immigrata che sfiora i due milioni di persone. Nel corso degli anni, il governo cairota ha adottato numerosi provvedimenti per arginare gli effetti di una presenza così numerosa, come l’emanazione della Labor Law nel 2004, secondo cui qualsiasi straniero deve richiedere uno speciale permesso al governo per lavorare legalmente nel Paese. Per gli aspiranti lavoratori sudanesi, inoltre, vige la regola seconda cui per ottenere il lavoro è necessario produrre un certificato medico che attesti non abbiano l’HIV. La condizione dei rifugiati sudanesi in Egitto non è dunque delle più rosee e rimangono nella memoria le proteste tenutesi nel 2004 nel quartiere cairota di Mohandiseen, dinanzi alla sede dell’UNHCR, terminate in scontri con la polizia egiziana. Non è difficile intuire che un nuovo possibile arrivo di centinaia di migliaia di persone, non sia affatto ben visto dall’establishment di Mubarak.

Un ulteriore problema centrale per l’Egitto in caso di secessione del Sudan in due Stati, riguarda lo sfruttamento delle acque del Nilo. Secondo un trattato del 1959 tra Sudan ed Egitto, che a sua volta ne riprendeva un altro risalente al 1929 e dunque al periodo coloniale, i due Paesi controllano il 90 % delle disponibilità di acqua: se il Sud Sudan dovesse accettare un simile accordo, allora dovrebbe iniziare trattative adeguate per una spartizione della quota sudanese con il Nord. Tuttavia, un’accettazione dei vecchi negoziati non sembrerebbe così scontata ed il governo di Juba potrebbe intentare nuove trattative insieme con gli altri Stati delle regione est- africana, per nuovi conteggi e nuove spartizioni. L’Egitto è stato accusato di approfittare ingiustamente di maggiori provvigioni d’acqua numerose volte dagli altri stati africani: recentemente l’Etiopia ad esempio, ha dichiarato di temere che il governo del Cairo finanzi le guerriglie ribelli per essere avvantaggiato nella disputa riguardante le acque del Nilo e non sono mancate poi, violenti polemiche per la costruzione negli ultimi dieci anni di un crescente numero di dighe in territorio etiopico. Sono piuttosto recenti, inoltre, le trattative tra il Presidente del Sud Sudan Salva Kiir Mayardit ed il Presidente Yoweri Musevi dell’Uganda, per la costruzione di centrali idroelettriche in grado di migliorare lo sviluppo tecnologico del futuro Stato, mossa chiaramente non gradita dal governo egiziano, ansioso verso qualsiasi tipo di progetto potenzialmente in grado di diminuire l’affluenza del Nilo sui suoi territori.

L’Egitto non si è mai dimostrato particolarmente entusiasta del referendum e della possibilità di una secessione in Sudan, caldeggiando apertamente un rinvio della votazione. Non sono nemmeno mancate le polemiche indirizzate al governo nord-sudanese e soprattutto al Presidente al-Bashir, accusato di poca lungimiranza politica e di non aver neppure cercato una conciliazione tra le parti, nell’estremo tentativo di evitare la frattura definitiva all’unità nazionale. Secondo un articolo apparso a fine Dicembre sul giornale egiziano al-Ahram, inoltre, l’establishment egiziano riterrebbe un grave errore per il Nord-Sudan la già annunciata, in caso di secessione, sostituzione della costituzione in favore della legge islamica. Secondo l’articolo, infatti, l’idea della creazione di uno Stato islamico sudanese sarebbe ancora più importante per al-Bashir rispetto all’unità nazionale, essendo anzi il referendum un’ottima chance per liberarsi della fazione avversa a tale progetto.

Tuttavia, causa le pesanti pressioni statunitensi, l’Egitto, a dispetto dei propri interessi, è attualmente impegnato in una serie di colloqui finalizzati ad una risoluzione pacifica della votazione, caldeggiando ad entrambe le parti un’accettazione del risultato, qualunque esso sia, nel tentativo di evitare ulteriori scontri dopo il referendum. La possibilità di una ripresa della guerra, tuttavia, da molti analisti è considerata altamente probabile: al di là della secessione di per sé, i punti di contrasto sono numerosi, dalla demarcazione di confini precisi alla questione petrolifera, dalle dispute riguardo la cittadinanza a quelle concernenti le acque nilotiche e non è un caso che, come riportato da molte fonti, gli eserciti di Nord e Sud abbiano ripreso ad armarsi negli ultimi mesi. Se la secessione avverrà gli interrogativi a cui bisognerà trovare risposta saranno molteplici e le due parti dovranno collaborare tra di loro per il raggiungimento di una soluzione soddisfacente per entrambe.

*Valentina Gentile è Dottoressa in Studi Islamici (Università di Napoli l’Orientale)


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