Ha destato sorpresa e sconcerto nei vari ambienti dell’atlantismo il mancato arresto del presidente sudanese Omar al-Bashir durante il suo soggiorno in Sud Africa dove si trovava per partecipare al XXV vertice dell’Unione Africana.

Sulla sua testa pendono infatti due mandati d’arresto, spiccati dalla Corte Penale Internazionale nel 2009 e nel 2010, che il Sud Africa, in quanto firmatario dello Statuto di Roma (in vigore dal 2002), avrebbe dovuto far rispettare mettendo le manette ai polsi dell’illustre ospite giunto da Khartoum.

La rivista di geopolitica Limes, particolarmente avversa al “regime sudanese”, è arrivata a sostenere che Il mancato arresto di Bashir crea un precedente.

E sarà anche così, ma perché mai – riflettiamo un attimo – un capo di Stato dovrebbe essere arrestato all’estero perché una “corte internazionale” lo ritiene responsabile di “crimini di guerra”?

Oltretutto, di questa altisonante “istituzione” cui aderiscono centoventitré paesi non sono membri gli Stati Uniti e il cosiddetto “Stato d’Israele”, che non hanno mai ratificato il suddetto Statuto.

Che questi due soggetti si guardino bene dal darsi la zappa sui piedi lo si comprende fin troppo bene. Gli Stati Uniti sono praticamente sempre in guerra contro qualcuno causando immani stragi e distruzioni, mentre “Israele” trova assolutamente giustificabile la perpetua mattanza dei palestinesi. Sono, a tutti gli effetti, dei “criminali di guerra”, dagli albori della loro breve storia.

Sia Washington che Tel Aviv sono però in prima fila nel pretendere la testa del “boia di Khartoum”, e per giungere allo scopo non lesinano gli sforzi, da quelli consueti militari e d’intelligence a quelli più subdoli come le campagne di “sensibilizzazione” assegnate a divi di Hollywood.

A noi però l’ipocrisia e la manipolazione non piacciono per niente, quindi pensiamo che piuttosto che ricorrere a simili metodi ammantati di “legalità” sarebbe più onesto avere il coraggio di andarselo a prendere a casa sua, il “criminale”. Spiegando per filo e per segno a tutti che lo si va a prendere perché ci sta antipatico e perché non si piega ai nostri ordini.

Oltre a ciò, se proprio di “criminale” si tratta – e per giunta circondato, nel consesso delle nazioni africane, da perfette mammolette immacolate e, guarda caso, alleate dell’Occidente… – sarà il popolo del Sudan a doversene sbarazzare.

Ma – commenteranno i fautori ad oltranza (ma a geometria variabile) del “diritto internazionale” – è proprio contro la popolazione sudanese (quella del Darfur) che Omar al-Bashir ha scatenato tutta la sua efferatezza.

Qui, però, onestà intellettuale vorrebbe che si riconoscesse la posizione strategica del Sudan stesso, che difatti ha dovuto sopportare la secessione del sud, voluta fermamente dagli occidentali quando solo poco prima,a Nairobi, le parti in conflitto erano pervenute ad uno storico (e scomodo, per l’Occidente) accordo.

Il Sudan, posto praticamente al crocevia dell’Africa occidentale e di quella australe, il cui controllo determina anche quello dell’Egitto (per non parlare delle ricchezze minerarie e di quelle idriche), è una preda ambitissima da chi aspira al dominio planetario.

Che per essere raggiunto deve passare per quello, intermedio, da imporre a livello macroregionale, eliminando negli specifici contesti tutti quei soggetti refrattari ad una “normalizzazione” e all’appiattimento su un’unica “alleanza” che, automaticamente, ne esclude altre.

In altre parole, se al Sudan conviene e parecchio l’alleanza strategica con la Cina, la quale investe e garantisce prosperità ai suoi partner, non si capisce che cosa abbia da guadagnare da un allineamento all’America e ai suoi diktat, tanto più che con il potenziamento del dispositivo Africom non mostra alcuna intenzione di portare pace e benessere nel Continente Nero.

Ne sa qualcosa Gheddafi, che nell’Africa credeva molto: anch’egli nelle mire di queste ipocrite “istituzioni internazionali” che come tutte le altre rappresentano il paravento di chi, non avendo il coraggio di esplicitare le proprie intenzioni bellicose, ha l’esigenza di rivestirle di “nobili intenzioni”.

E a proposito di “precedenti”, non sarebbe forse il caso che qualche autorevole analista cominciasse a chiedersi se l’ignobile e proditorio attacco alla Jamahiriyya non ne abbia per l’appunto creato uno davvero sbalorditivo ed insopportabile?

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Enrico Galoppini
Enrico Galoppini scrive su “Eurasia. Rivista di studi geopolitici” dal 2005. È ricercatore del CeSEM – Centro Studi Eurasia-Mediterraneo. Diplomato in lingua araba a Tunisi e ad Amman, ha lavorato in Yemen ed ha insegnato Storia dei Paesi islamici in alcune università italiane (Torino ed Enna); attualmente insegna Lingua Araba a Torino. Ha pubblicato due libri per le Edizioni all’insegna del Veltro (Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001 e Islamofobia, Parma 2008), nonché alcune prefazioni e centinaia di articoli su riviste e quotidiani, tra i quali “LiMes”, “Imperi”, “Levante”, “La Porta d'Oriente”, “Kervàn”, “Africana”, “Rinascita”. Si occupa prevalentemente di geopolitica e di Islam, sia dal punto di vista storico che religioso, ma anche di attualità e critica del costume. È ideatore e curatore del sito "Il Discrimine".