Alla fine del 2010 si dovrebbero tenere le elezioni politiche nel Myanmar. Il condizionale è d’obbligo in quanto la data precisa non è ancora stata fissata (la giunta militare ha parlato di ottobre o novembre) e perciò ci potrebbero essere dei ripensamenti.

Queste eventuali elezioni sono molto importanti perché sarebbero le prime elezioni libere dopo vent’anni; infatti le ultime elezioni libere nel Paese si sono tenute nel 1990 (1).

Un fatto importante, accaduto nei giorni scorsi, è stato lo scioglimento del partito della signora Suu Kyi, la LND (Lega Nazione per la Democrazia), come forma di protesta, con conseguente sua impossibilità di presentarsi alle prossime elezioni (2). È stata proprio la leader birmana a chiedere agli esponenti del partito questo scioglimento, in segno di protesta in quanto non considera giuste e valide le nuove regole emanate, sotto forma di leggi, dalla giunta militare per regolare i partiti in vista delle prossime elezioni.

Una legge in particolare penalizza la leader democratica; secondo questa legge chiunque stia scontando una pena detentiva non può appartenere ad un partito politico e perciò presentarsi alle elezioni (3). Un’altra legge, contenuta nella nuova Costituzione emanata nel 2008, riserva il venticinque per cento dei seggi del Parlamento ai militari mentre il restante settantacinque per cento sarà occupato da ex ufficiali dell’esercito o comunque da persone che sono vicine alla giunta militare. Oltre alle nuove leggi è stata emanata una commissione, la Union Election Commission, con il compito di vigilare sui partiti, organizzare le prossime elezioni e poterle anche invalidare, per ragioni di sicurezza o di calamità naturale.

Nel mentre il premier Thein Sein e diversi ministri hanno rassegnato le dimissioni dall’esercito in previsione della candidatura alle prossime elezioni (4).

Queste elezioni suscitano l’interesse dell’ONU che, attraverso il suo segretario generale, si auspica che avvengano nella maniera più corretta possibile; della stessa opinione sono anche i Paesi facenti parte dell’ASEAN. L’ASEAN ha sempre preferito un atteggiamento di “non interferenza” negli affari interni del Myanmar; questo atteggiamento ha permesso ai Paesi che fanno parte dell’organizzazione di poter accedere alle ingenti risorse forestali e di gas naturale presenti nel Paese. In cambio, questi Paesi hanno revocato ogni appoggio alle ribellioni etniche contro la giunta.

Un paese che continua a dare il proprio appoggio alla giunta militare al potere nel Myanmar è sicuramente la Cina, che si è espressa anche in merito alle prossime elezioni definendole un affare interno al Paese e perciò non suscettibile di ingerenza da parte degli altri stati.

La Cina è il principale partner commerciale, alleato strategico ma anche protettore diplomatico del Myanmar. Durante le riunioni dell’ONU la Cina cerca sempre di evitare l’imposizione di sanzioni alla giunta militare birmana da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. L’ambasciatore cinese presso l’ONU motiva la posizione particolare del governo cinese nei confronti della giunta militare birmana spiegando che quello che avviene all’interno del Myanmar è una questione che non riguarda gli altri stati in quanto non costituisce una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale.

La Cina difende i generali birmani in quanto ha molti e importanti interessi economici e strategici nel Myanmar: nel suolo birmano sono dislocate numerose industrie e compagnie cinesi (5) ed è in studio un progetto per la costruzione di un condotto che assicurerà alla Cina l’approvvigionamento di petrolio medio-orientale, evitando di passare attraverso lo stretto di Malacca (6). I buoni rapporti tra i due Paesi garantiscono alla Cina l’accesso all’Oceano Indiano, permettendole, in caso di emergenza, di aggirare lo Stretto di Malacca (7).

Ultimamente il Myanmar ha suscitato l’interesse della nuova potenza emergente nell’area, l’India. Il governo indiano sta cercando di mantenere buoni rapporti con quello birmano per ottenere aiuti per lo sfruttamento delle proprie riserve di gas lungo i confini tra i due Paesi.

L’India ha in progetto anche un gasdotto di 950 chilometri che passerà attraverso il Bangladesh.

Ma il ruolo strategico del Myanmar non si limita solo al settore degli idrocarburi (8); Cina e India intendono riaprire la vecchia Stilwell road, che consentirebbe di trasportare le merci in pochi giorni e ridurre i costi del trenta per cento (9).

Nonostante Cina e India hanno gli stessi interessi energetici nel Myanmar, in sede ONU si comportano in maniera completamente diversa; infatti l’India ha appoggiato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che chiede la liberazione della leader birmana.

(1) Elezioni vinte con una netta maggioranza dalla Lega Nazionale per la Democrazia, partito capeggiato dalla leader democratica Aung San Suu Kyi, ma non convalidate dalla giunta militare, che prese il potere, dichiarò fuori legge il partito e mise agli arresti i suoi esponenti.

(2) Ora gli esponenti della LND, secondo quanto da loro dichiarato, si occuperanno dei problemi sociali del paese, non più di quelli politici.

(3) Suu Kyi è stata condannata ad ulteriori diciotto mesi di arresti domiciliari poche settimane prima della sua liberazione. Ha passato quindici degli ultimi ventuno anni agli arresti.

(4) www.asianews.it

(5) Nel Myanmar sono presenti 26 compagnie cinesi coinvolte in 62 progetti per la produzione di energia idroelettrica e lo sfruttamento di giacimenti di petrolio, gas e miniere.

(6) Il progetto prevede la costruzione di un gasdotto e di un oleodotto, lungo circa 2.380 chilometri, che uniranno il porto di Kyaukpyun, situato sul Golfo del Bengala, allo Yunnan cinese e poi arriveranno sino al grande porto fluviale sullo Yangtze, situato nel Sichuan.

(7) www.geopolitica.info

(8) Il Myanmar possiede circa cinquanta milioni di barili di petrolio e i maggiori depositi di gas del sud-est asiatico.

(9) Una strada lunga 1.736 chilometri, che era stata costruita durante la seconda Guerra Mondiale dagli alleati per poter rifornire gli eserciti impegnati nella guerra contro il Giappone.

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