La retorica interventista imbevuta di buone intenzione non è certo uno strumento propagandistico desueto per le autorità statunitensi.
Memorabile fu infatti il pubblico sfoggio di buoni sentimenti inscenato dal Presidente Bill Clinton nel tentativo di fregiare dei dovuti crismi legittimatori l’operazione “Restore Hope” che nel 1992 sancì l’interferenza occidentale nel conflitto somalo.

Non altrettanto rimarchevole fu, tuttavia, l’atteggiamento tenuto da Washington in relazione alla guerra civile tra gli hutu e i tutsi scoppiata solo pochi anni dopo in Ruanda, che fin dall’inizio appariva destinata ad assumere dimensioni letteralmente apocalittiche.

L’insanabile ostilità tra le etnie hutu e tutsi risaliva alla segregazione etnica messa in atto dalle autorità del Belgio nel protettorato di Ruanda-Urundi, ex colonia tedesca sottratta al controllo di Berlino in base agli accordi stipulati a Versailles (1919) al termine della Prima Guerra Mondiale.

Durante gli anni del protettorato i belgi introdussero una carta d’identità etnica atta a sancire la distinzione tra hutu e tutsi e si riservarono di concedere un trattamento di favore ai ruandesi più alti e longilinei – i tutsi – sulla base di talune teorie razziali (in base alle quali i tutsi venivano considerati come una sorta di eredi delle popolazioni caucasiche) imbevute di filosofia positivista.

Fin dall’indipendenza dal governo di Bruxelles ottenuta nel 1962, i nodi rappresentati dai dissidi maturati nel corso del protettorato belga vennero progressivamente al pettine, sotto forma di stragi, esodi e carestie di dimensioni bibliche.

Il punto di rottura venne raggiunto nel febbraio del 1993, quando si rese necessario l’intervento delle truppe francesi – vicine al governo di Kigali – per supportare le operazioni dell’esercito ruandese impegnato a contenere l’inarrestabile avanzata del Rwandan Patriotic Front – un’organizzazione composta prevalentemente da tutsi esiliati in Uganda ed Etiopia – che si stava asserragliando lungo il perimetro della capitale facendo strage di hutu.

I combattimenti si protrassero finché il Presidente ruandese, l’hutu Juvenal Habyarimana, non decise di accettare le condizioni poste dai rappresentanti del Rwandan Patriotic Front sottoscrivendo il Trattato di Pace di Arusha (Tanzania) nell’agosto del 1993.

Le Nazioni Unite, dal canto loro, si limitarono ad inviare il contingente UNAMIR incaricato di monitorare la situazione e di garantire il rispetto degli accordi presi, che prevedevano tra le altre cose l’inserimento di esponenti tutsi nel governo hutu.
Tuttavia, la dilatazione volontaria, operata dal Presidente Habyarimana, dei tempi concordati per l’applicazione delle norme stabilite nel Trattato di Pace permeìise all’esercito regolare ruandese – composto essenzialmente da una nomenklatura hutu – di completare l’addestramento (supportato dai reparti speciali francesi) dei miliziani militanti nelle fila dell’organizzazione paramilitare Interahamwe.

Nel gennaio del 1994 un DC8 francese atterrò all’aeroporto di Kigali attirando l’attenzione del comandante del contingente ONU Romeo Dallaire (canadese), che ordinò alle proprie truppe di circondare immediatamente il velivolo allo scopo di ispezionarne il carico.
Una volta appurato che il carico dell’aereo comprendeva una quantità esorbitante di armamenti provenienti da Israele, Francia, Belgio e Gran Bretagna, Dallaire contattò i propri superiori affinché lo autorizzassero a procedere al sequestro, ma tale permesso non gli venne accordato.

La benzina sparsa sul braciere ruandese attraverso il traffico di armi contribuì ad acuire notevolmente la tensione, che raggiunge il proprio culmine il successivo 6 aprile, quando l’aereo presidenziale, con a bordo sia Juvenal Habyarimana sia il Presidente del Burundi Cyprien Ntaryamira, venne abbattuto sui cieli di Kigali durante la fase di atterraggio.

Nonostante Paul Kagame, comandante del Rwandan Patriotic Front e addestrato presso lo US Army Command-General Staff College di Leavenworth in Kansas, attribuisse istantaneamente la paternità dell’attentato agli hutu, numerose prove raccolte sulla “scena del crimine” suffragavano la responsabilità dei tutsi.

Responsabilità, peraltro, confermate dall’influente membro dell’altro comando del Rwandan Patriotic Front Paul Mugabe, secondo il quale l’abbattimento dell’aereo con a bordo Habyarimana e Ntaryamira avvenne dietro un ordine impartito esplicitamente dallo stesso Kagame.

Il 7 aprile i riflettori mediatici internazionali si focalizzarono unicamente sulle stragi commesse dall’esercito regolare e dalle milizie Interahamwe nei confronti dei tutsi ignorando quelle del Rwandan Patriotic Front verso gli hutu.

Il governo passò nelle mani dell’hutu Agathe Uwiliyangimana, che venne immediatamente catturato, torturato, trucidato e fatto a pezzi a colpi di machete assieme alla propria famiglia e ai dieci paracadutisti belgi assegnati alla scorta dal comandante Dallaire.
L’eccidio (che lasciava intravedere responsabilità da parte delle milizie Interahamwe) spinse le Nazioni Unite a decurtare di 2.250 unità il contingente UNAMIR, mantenendo in Ruanda un’insignificante forza composta da 250 soldati male armati, male equipaggiati e ridotti all’impotenza dalle più assurde ed inadeguate regole d’ingaggio imposte dai loro superiori.

A quel punto, il Rwandan Patriotic Front scatenò un’offensiva che ruppe l’assedio di Kigali cinto congiuntamente dall’esercito regolare ruandese e dalle milizie Interahamwe.

Una volta liberi i guerriglieri tutsi asserragliati nella capitale si unirono al Rwandan Patriotic Front e mossero verso sud, provocando in un solo giorno (30 aprile 1994), efferate stragi e l’esodo di circa 200.000 hutu verso la Tanzania, il Burundi e (soprattutto) il Congo.
Lo stesso giorno, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si riunì per affrontare l’emergenza ruandese ma le pressioni esercitate dagli Stati Uniti determinarono l’esclusione del termine “genocidio” dal testo della risoluzione sottoposta al voto.

Qualora fosse stata avallata la tesi relativa al fatto che il Ruanda era teatro di azioni di genocidio le Nazioni Unite sarebbero state vincolate legalmente ad intervenire, allo scopo di “prevenire e punire” i responsabili.

Dietro il pungolo statunitense il Segretario Generale dell’ONU Boutros Ghali e il responsabile del Dipartimento di Peacekeeping Kofi Annan opposero sistematicamente secchi rifiuti alle richieste del Generale Dallaire che reclamava armi, munizioni e regole di ingaggio adeguate alla situazione.

La frustrazione di Dallaire raggiunse il proprio apice quando le Nazioni Unite gli fecero credere di aver ceduto alla sua ostinazione inviando un contingente 1.000 soldati perfettamente addestrati, armati ed equipaggiati, che però tolsero il disturbo una volta completata l’evacuazione dei civili europei che si trovavano in Ruanda.

Il 17 maggio l’ONU decise di inviare una forza di circa 7.000 uomini incaricata di difendere la popolazione civile, ammettendo ufficialmente la possibilità che in Ruanda fossero stati commessi “atti di genocidio”.

Parallelamente, le milizie del Rwandan Patriotic Front dislocate in Uganda, dopo esser state addestrate, armate ed equipaggiate da Stati Uniti e Israele varcarono il confine ruandese, sconfissero l’esercito regolare, fecero strage di guerriglieri dell’Interahamwe e si accanirono sulla popolazione hutu ingigantendo consistentemente le dimensioni del massacro.

Verso la metà di luglio i tutsi del Rwandan Patriotic Front ottennero la vittoria definitiva, costringono il governo hutu a riparare in Congo e nominarono Paul Kagame nuovo Presidente.

Alla fine di giugno, con circa 900.000 persone (le stime vanno da un minimo di 800.000 a un massimo di 1.200.000) massacrate, gli Stati Uniti riconobbero l’esistenza del genocidio ruandese assolvendo in pieno i tutsi ed accollando l’intera responsabilità dell’accaduto agli hutu, dopo aver concorso primariamente e altrettanto volontariamente a creare l’immagine di un’Organizzazione delle Nazioni Unite inadeguata e inefficiente, attanagliata da regolamenti inadeguati che di fatto ostacolano la realizzazione delle missioni e favoriscono l’attività dei carnefici.

La NATO apparve – in ottemperanza alle intenzioni degli strateghi statunitensi – agli occhi dell’opinione pubblica internazionale come l’unica organizzazione in grado di colmare il vuoto operativo lasciato dalle Nazioni Unite, il cui ruolo si limitò da quel momento in poi alla mera legittimazione delle operazioni di politica estera degli Stati Uniti.

Al termine della guerra civile gli Stati Uniti avevano posto fine al protettorato francese (che appoggiava Habyarimana) e, sostituendosi ai vecchi egemoni, investirono Paul Kagame del ruolo di perno della nuova strategia che mirava a porre l’intera Africa centrale sotto il controllo diretto di Washington.

Contestualmente a tale incarico, Kagame, non pago del successo ottenuto, si recò al Pentagono per ottenere la definitiva autorizzazione statunitense, che gli viene accordata, ad invadere il Congo.

Dopo aver collaborato insieme ad Israele nell’addestramento del Rwandan Patriotic Front fin dal 1994, le forze statunitensi armarono e insegnarono tattiche di guerriglia anche al nuovo Rwandan Patriotic Army, l’esercito regolare riorganizzato e incardinato sull’etnia tutsi per volontà di Kagame, affinché combattesse il vicino regime congolese.

Una volta tornato in patria il Presidente ruandese ordinò l’invasione del Congo nel 1996, adducendo motivazioni relative alla protezione dei tutsi sfollati, vittime di presunti “atti di violenza”, e alla sedicente “minaccia” che gli esuli hutu, forti dell’appoggio del governo di Kinshasa, stavano proiettando sul nuovo Ruanda.
L’invasione produsse una carneficina di hutu e spinse i governi di Burundi e Uganda a scendere in campo, inviando i rispettivi eserciti a supporto di quello ruandese alleato con i ribelli antigovernativi congolesi comandati da Laurent Kabila, che concorsero allo scatenamento di una sanguinosa guerra civile finalizzata rovesciare il Presidente Mobutu Sese Seko.

Dopo alcune settimane di combattimento il regime di Mobutu crollò (1997) e Kabila, fedele alleato degli Stati Uniti, si insediò al suo posto.

Una volta ottenuto il cambio di governo, il governo ruandese, quello burundese e quello ugandese ritirarono i propri eserciti dal Congo (1998), ma Kagame rifiutò reiteratamente di rimpatriare i tutsi sfollati, in modo da non perdere i pretesto per invadere ancora una volta il Congo.

Pochi mesi dopo, infatti, Ruanda e Burundi effettuarono una seconda invasione trincerandosi ancora una volta dietro ragioni ufficialmente legate a questioni di sicurezza dietro le quali si celava il fondamentale obiettivo strategico rappresentato dal controllo dei ricchi giacimenti minerari stanziati nel Congo orientale.

A quel punto Kabila, conscio delle intenzioni di Kagame e del governo ugandese, attivò numerosi canali diplomatici dai quali scaturissero nuove alleanze strategiche capaci di aiutare le autorità di Kinshasa a ripristinare la piena sovranità sulla nazione.

Gli Stati Uniti accolsero tali richieste erogando fondi al partito di governo ma attivarono anche un canale parallelo di finanziamenti destinato alla Congolese Rally for Democracy, ostile a Kabila.
La pioggia di finanziamenti su entrambe le fazioni alimentò il traffico clandestino di armi ed innescò una sanguinosa guerra civile che provocò la morte di oltre 5 milioni di congolesi.

Il fatto che il Congo sia uno dei paesi più ricchi al mondo per quanto riguarda le risorse minerarie spiega gli inesausti sforzi finalizzati alla sua destabilizzazione profusi da regimi politici, servizi segreti ed eserciti di piccole, medie e grandi potenze dello scenario internazionale.

Il gigante americano Bechtel si fiondò repentinamente sulle macerie congolesi imponendo una sorta di Piano Marshall al governo di Kinshasa, la American Mineral Fields strappò a Kabila un contratto per un giro d’affari pari a 1 miliardo di dollari mentre la Halliburton, attraverso la società controllata Kellogg, Brown & Root, costruì una base militare lungo il confine orientale del Congo per perfezionare l’addestramento dell’esercito di Kagame.

Durante i combattimenti Kabila revocò tutte le licenze relative al commercio dei diamanti per concederle al commerciante israeliano Dov Riger e alla compagnia israeliana International Diamond Industries, mentre le esportazioni diamantifere del Ruanda, nonostante il paese non possieda riserve di rilievo, registrarono comunque un incremento da circa 160 a oltre 30.000 carati nell’arco del biennio 1998-2000.
Le autorità di Kigali esaltarono ripetutamente le presunte affinità elettive tra tutsi ed ebrei – accomunati, secondo Kagame, dall’esser entrambi sfuggiti a tentativi di genocidio – per saldare definitivamente il rapporto di alleanza tra Ruanda ed Israele, che aveva precedentemente spinto Te Aviv a provvedere all’addestramento del Rwandan Patriotic Front.

Il prorompente incremento delle esportazioni diamantifere ottenuto dal paese sotto l’egida di Kagame finì per convergere con i primari interessi di Israele, la cui industria diamantifera rappresentava (e rappresenta tuttora) la seconda fonte di introito.

La guerra civile congolese era quindi funzionale agli interessi di questa industria, poiché alimentò il traffico illegale di diamanti che vennero fatti girare, riciclati e fatti pervenire sui tavoli di selezione per essere lavorati in larghissima parte dai tagliatori israeliani o dagli ebrei di Anversa loro fedeli alleati.

Ma, ben più che per Israele, la catastrofe ruandese si risolse in maniera favorevole per gli Stati Uniti, che attraverso il nuovo Presidente Kagame, di cui era il principale sponsor, ebbe modo di estendere la propria influenza (sia diretta che indiretta) sul Congo.
A questo riguardo, l’autorevole economista Michel Chossudovsky scrisse:

«Il Maggiore Generale Paul Kagame era uno strumento di Washington. La perdita di vite umane in Africa non costituì un problema. La guerra civile in Ruanda ed i massacri etnici erano parte integrante della politica estera USA, messa a punto secondo precisi obiettivi strategici ed economici. Nonostante le buone relazioni diplomatiche tra Parigi e Washington e l’apparente unità dell’alleanza militare occidentale, si trattò di una guerra non dichiarata tra Francia ed America. Attraverso il supporto delle forze ugandesi e ruandesi e l’intervento diretto nella guerra civile in Congo, Washington ha anche una responsabilità diretta per i massacri etnici compiuti nell’est del Congo, incluse varie migliaia di persone che morirono nei campi profughi. I dirigenti USA erano pienamente al corrente che una catastrofe era imminente. Infatti, quattro mesi prima del genocidio, la CIA avvertì con una lettera confidenziale il Dipartimento di Stato USA che gli accordi di Arusha sarebbero saltati e che “se le ostilità dovessero ricominciare, perderebbe la vita più di mezzo milione di persone».

Non è un caso, quindi, che il dissesto dell’economia congolese pianificato a tavolino dal Fondo Monetario Internazionale – che aveva raccomandato di congelare i salari dei dipendenti pubblici e di interrompere l’emissione monetaria – l’assassinio di Laurent Kabila nel 2001 e, successivamente, le dimissioni del Primo Ministro Antonie Gizenga (2008) riconsegnarono i paese ad un caos totale, in cui andò ad insinuarsi il movimento armato ribelle Congres National pour la Defense du Peuple comandato dal Generale Laurent Nkunda, un militare di etnia tutsi che in passato aveva militato nei servizi segreti ruandesi, e pertanto assai prossimo a Paul Kagame.

Kagame, infatti, non fece mancare il proprio sostegno politico e finanziario a Nkunda, le cui ben equipaggiate milizie iniziarono ben presto a rendersi responsabili di stragi e devastazioni nella zona del Nord Kivu, uno dei più ricchi depositi al mondi di minerali come coltan, rame, diamanti, oro e platino.

La situazione nella regione permaneva esplosiva fin dall’epoca della guerra civile ruandese, che aveva provocato l’esodo verso i territori del Kivu della miliazia hutu Interahamwe, i quali in questo specifico frangente beneficiarono dell’appoggio dei gruppi autonomi congolesi Mai Mai fedeli al nuovo Presidente Joseph Kabila (figlio di Laurent Kabia), mentre la milizia tutsi Banyamulenge confluì nella fazione ribelle di Laurent Nkunda.

La guerra civile che devastò ancora una volta il paese per ben 5 anni (2004-2009) evidenziò atrocità commesse da entrambi gli schieramenti, ma quando Nkunda, impegnato in una battaglia campale nei pressi della città di Goma, si trovò alle strette e fu costretto a scendere a compromessi con Kabila, emersero finalmente sia l’identità degli attori in campo sia la reale portata degli interessi in gioco.

Nkunda richiese infatti al proprio interlocutore di recedere da un contratto dal valore di circa 9 miliardi di dollari precedentemente stipulato con le autorità di Pechino, in base al quale la Cina aveva ottenuto i diritti di sfruttamento di alcuni giacimenti di rame, cobalto e coltan in cambio delle costruzione di un’ampia gamma di infrastrutture (ospedali, scuole, centrai elettriche, ecc.) in tutto il paese.

Successivamente, Joseph Kabila si avvalse dell’aiuto del Presidente dell’Angola (primo fornitore africano di petrolio alla Cina) José Eduardo Dos Santos, che mediò con Kagame riuscendo a strappargli l’estradizione di Laurent Nkunda, la cui consegna alle autorità di Kinshasa pose fine all’annoso conflitto.

Era il gennaio 2009, e solo tre mesi prima (ottobre 2008) le autorità di Washington avevano costituito il Comando Africa (AFRICOM), incaricato di «Sviluppare nei nostri partner africani la capacità di affrontare le sfide per la sicurezza dell’Africa».

Il Generale Kip Ward, comandante dell’AFRICOM, delineò invece con maggior precisione gli scopi del nuovo Comando:

«Di concerto con le altre agenzie governative statunitensi e gi interlocutori internazionali, promuovere costantemente la sicurezza tramite programmi inter-militari, attività patrocinate da militari ed atre operazioni militari atte a garantire stabilità e sicurezza all’Africa, a sostegno della politica estera statunitense».
Per capitalizzare l‘obiettivo di “garantire stabilità e sicurezza all’Africa, a sostegno della politica estera statunitense”, Washington intraprese dapprima una campagna mediatica di demonizzazione a carico di uno dei principali interlocutori della Cina, il Presidente del Sudan Generale Omar Al Bashir (con il quale vengono barattati armamenti, tecnologie e infrastrutture in cambio di petrolio e minerali), che venne raggiunto da un mandato di cattura internazionale spiccato il 4 marzo 2009 dalla Corte Penale Internazionale che lo accusa di aver perpetrato una pulizia etnica in Darfur, ignorando le stragi provocate dalle scorribande dei rivoltosi del Ciad (sostenuti dagli Stati Uniti affinché destabilizzino l’ordine costituito in Sudan) e il fatto che nell’incendio della polveriera sudanese si intraveda anche la mano pesante di Israele, che per ammissione dello stesso Avi Dichter, ex direttore dello Shin Bet (struttura di intelligence israeliana), sostenne ad addestrò le forze indipendentiste del sud.

«Dovevamo indebolire il Sudan – affermò Dichter – e sottrarre al governo l’iniziativa di costruire uno Stato forte ed unito. Ciò era necessario per rafforzare e consolidare la sicurezza nazionale di Israele. Abbiamo prodotto e fomentato la crisi del Darfur per impedire che il Sudan sviluppasse le proprie potenzialità».

La guerriglia che sconvolse la parte meridionale del paese non accennò a placarsi e finì per provocare la secessione, proclamata il 9 luglio 2011, del Sudan del Sud dal governo centrale di Khartoum, che rischiava di scompaginare i progetti cinesi dal momento che l’80% del petrolio estratto in Sudan proviene proprio dai giacimenti della regione di Abiya, tagliata a metà dal confine che separa i due nuovi paesi.

Pechino, però, giocò bene le proprie carte, intavolando trattative con il neonato governo di Juba che culminarono con un accordo che prevedeva la costruzione di una centrale idroelettrica oltre a svariate infrastrutture di diverso tipo.

In cambio, il Presidente Salva Kiir garantì il rispetto degli accordi precedentemente stipulati da Pechino con il Generale Bashir, di concerto con il quale il nuovo Sudan del Sud avvia relazioni imperniate sul reciproco rispetto e, soprattutto, sulla suddivisione paritaria dei proventi ottenuti dall’esportazione di petrolio.

Nello specifico, gli accordi raggiunti tra i governi di Karthoum e Juba relativi alla gestione delle risorse petrolifere hanno recentemente spinto gli Stati Uniti a correre ai ripari, e a patrocinare la costruzione di un oleodotto alternativo a quello esistente – realizzato per volontà di Bashir – che colleghi i giacimenti stanziati lungo la frontiera condivisa dai due paesi africani con il porto kenyota di Lamu, in modo da tagliar fuori dai giochi la Cina.

Nonostante ciò, Pechino pare aver anticipato le mosse statunitensi, dal momento che l’intensificazione degli scambi commerciali con il governo di Nairobi avvenuta in questi ultimi anni ha spianato la strada alla ratifica di un accordo bilaterale tra i due paesi in base al quale la Cina ha ottenuto il diritto di installare una propria base militare proprio nel porto di Lamu, che costituisce un’ulteriore perla che andrà ad impreziosire la “collana di perle” cinese, dove le perle rappresentano installazioni di tipo civile e militare (porti, aeroporti, ecc.) dall’alto valore strategico capaci di collegare vari paesi del mondo alla geostrategia elaborata da Pechino.

Ne consegue che nel nuovo ordinamento multipolare che va ridisegnandosi, l’Africa sta acquisendo un peso strategico crescente, destinato ad attirare proporzionali mire egemoniche da parte di attori geostrategici quali Stati Uniti, Cina e Russia.

Se i paesi che compongono il continente nero non riusciranno ad ottenere un riscatto politico tale da permetter loro di adattarsi al nuovo “nomos della terra” attualmente in fase di consolidamento, l’intera Africa è destinata a ridivenire l’oggetto della spartizione come accadde in piena epoca coloniale.


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