Il fenomeno delle “Rivolte dei Gelsomini”, dopo aver sconvolto l’Africa mediterranea, potrebbe ora ridisegnare la geopolitica della regione del Vicino Oriente. La rivolta ha toccato dalla fine del mese di marzo anche la Siria, la quale è stata percorsa da manifestazioni popolari contro e a favore del regime di Assad. Già in passato, nel 1982, il Paese allora guidato dal Hafez al-Assad, padre di Bashar attuale Presidente della Repubblica, ha dovuto affrontare una sollevazione popolare ad Hama – roccaforte sunnita dei Fratelli Musulmani siriani (Ikhwan) – repressa nel sangue dai reparti speciali dell’esercito. Il bilancio, all’epoca, si aggirò intorno alle 20/30.000 vittime. Nonostante il Presidente Assad abbia invitato le parti politiche e sociali ad evitare che si approfondisca la fitna, ossia il conflitto tra le comunità etnico-religiose, e nonostante abbia annunciato nuove riforme economico-sociali – tra cui l’abolizione dello stato di emergenza nazionale che vigeva dal 1963 – ha indicato la principale causa della crisi del Paese non solo nel movimento islamico interno, ma anche e soprattutto nei “nemici” esterni della Siria, indicando l’uso della “repressione armata necessaria per la sicurezza nazionale” ancor prima delle riforme e del cambiamento democratico. In particolare, le proteste sarebbero state ordite dagli Stati Uniti e da Israele in primis, che avrebbero agito nell’ottica di destabilizzare l’area.

Ancor più rispetto al 1982, una possibile rottura interna degli equilibri della Siria suscita preoccupazioni nella Comunità Internazionale a causa della strategicità che il Paese assume nell’ottica degli equilibri regionali mediorientali ed internazionali.

I “nemici” esterni della Siria

Dal punto di vista esterno, quelli che vengono identificati da Assad come i principali cospiratori delle proteste sono i nemici storici: Israele, alcune fazioni libanesi (soprattutto quelle cristiano-maronite legate alla famiglia Gemayel) e Stati Uniti. Tel Aviv è l’avversario di sempre e, sebbene non esista un trattato di pace tra le parti, il Golan – illegalmente occupato da Israele in seguito alla Guerra dei Sei Giorni (1967) – è il territorio nel quale dalla guerra dello Yom Kippur (1973) non si registrano grossi scontri: tra Damasco e Tel Aviv va avanti da anni una sorta di “guerra fredda”. Israele è spettatore interessato di tutto ciò che avviene lungo i suoi confini e certamente non rimarrebbe a guardare nel caso di un suo coinvolgimento diretto negli scontri. Qualora Israele si ritenesse in pericolo, infatti, potrebbe anche attuare delle azioni offensive isolate nei confronti siriani, attaccando obiettivi sensibili ritenuti simboli del potere. Un esempio lampante può essere il bombardamento del 6 settembre 2007 del reattore nucleare di Dayr az-Zor, ad opera della IAF (Israeli Air Force), che ha messo fine a qualsiasi programma militare nucleare siriano. Questo è stato motivato dall’alta pericolosità e vicinanza del sito al territorio israeliano e dalla paura che dietro il progetto nucleare siriano ci fosse la mano di Teheran e Pyongyang. Ad ogni modo un attacco contro la Siria, però, non è attualmente in programma, anzi non interessa se l’effetto dovesse essere quello di determinare una nuova situazione di conflitto. Allo stato attuale dei fatti la linea israeliana sembra orientata, piuttosto, a favorire una continuità della presidenza Assad, a causa di interessi comuni di carattere politico. Infatti, dal 2009, sotto la direzione diplomatica turco-statunitense, Siria e Israele si sono adoperate nella stipulazione di un accordo di pace. A confermare tale tendenza sarebbe, inoltre, la visita del rabbino Yeoshiau Pinto nella capitale siriana lo scorso 1 maggio. Ufficialmente il governo siriano ha invitato a Damasco il rabbino per visitare i luoghi in cui sono stati sepolti molti dei suoi “padri” e per pregare sulle loro tombe; in realtà, si pensa che il religioso israeliano sia stato inviato, sotto beneplacito statunitense, per continuare il progressivo processo di pace. Pertanto, entrambi i Paesi si trovano dinanzi ad una grande opportunità: da un lato, Israele con l’accordo di pace potrebbe fregiarsi di un grande traguardo diplomatico agli occhi della comunità internazionale occidentale, e dall’altro lato, lo stesso Assad otterrebbe un importante risultato da presentare al suo popolo e agli occidentali, spesso diffidenti con Damasco. Una possibile restituzione delle Alture del Golan permetterebbe di introdurre alcune riforme economiche ed affrontare la questione dell’approvvigionamento idrico necessario alla sopravvivenza della popolazione e allo stesso sviluppo economico del Paese. Il fiume Yarmouk come il lago di Tiberiade, che si trovano nel territorio del Golan, rappresentano per Damasco una fonte di approvvigionamento fondamentale, cosi come lo sono per Tel Aviv. Pertanto, per risolvere tale problema, la Siria potrebbe trovare conveniente avviare una cooperazione idraulica con il vicino israeliano, sulla falsa riga della collaborazione giordano-israeliana prevista dal Trattato di pace del 1994 tra i due Paesi.

Washington è stata ugualmente accusata da Damasco di appoggiare e finanziare i rivoltosi. Se per quanto riguarda il contesto nordafricano gli Stati Uniti non hanno dimostrato tante esitazioni di fronte alla possibilità di operare un intervento diretto nei confronti della Libia, il discorso per la Siria di Assad è ben diverso. Infatti, in occasione delle proteste gli USA hanno mantenuto un atteggiamento ambivalente, come dimostrato anche da un’informazione di parte dei fatti. Da tempo, infatti, sarebbe perseguita una strategia della deterrenza attraverso l’utilizzo di contractors addestrati in Iraq e infiltrati in Siria per cercare di aumentare la conflittualità tra le comunità etnico-religiose del Paese, prendendo di mira civili e non simboli del regime. Hillary Clinton, d’altra parte, ha dichiarato recentemente che se la Siria decidesse di tagliare le sue relazioni con l’Iran e di ritirare il suo sostegno a Hamas e Hezbollah, le manifestazioni in corso da marzo si fermerebbero immediatamente. A riprova dell’interferenza americana negli affari siriani, non molto tempo fa tre commandos di iracheni sarebbero stati avvistati alla periferia di Damasco mentre sparavano casualmente su gruppi di civili. Anche i servizi di sicurezza libanesi avrebbero intercettato diverse auto cariche di armi nordamericane, una delle quali proveniente dall’Iraq. Tuttavia è pur vero che gli Stati Uniti difficilmente si impegnerebbero in un intervento diretto e ciò perché questo comporterebbe non solo una pericolosa alterazione degli equilibri regionali, ma anche uno scontro con forze di sicurezza e militari meglio organizzate rispetto a quelle di Gheddafi: la Siria è infatti dotata di un grande arsenale di missili a media gittata e alcune testate chimiche scampate ai raid israeliani del 2007. Il Presidente Obama, anche alla luce degli sforzi diplomatici promossi da questa amministrazione nei confronti del regime della Siria iniziati dopo il famoso discorso del Cairo nel 2009, si è, dunque, ufficialmente limitato a proporre sanzioni economiche alle quali anche l’Unione Europea – come manifestato immediatamente anche da Sarkozy e Berlusconi nel corso del recente meeting franco-italiano – aderirebbe con convinzione.

Pertanto gli USA portano avanti due strade parallele: una ufficiale, diplomatica, che chiede l’immediata fine degli scontri, l’altra ufficiosa, secondo cui sarebbe operato un intervento di tipo para-militare per destabilizzare il Paese. Un atteggiamento simile potrebbe quindi influenzare anche i cosiddetti regimi filo-americani (saudita e giordano) che potrebbero appoggiare le azioni statunitensi al fine di ridimensionare il vicino siriano.

Infatti, in questo discorso di “guerre silenziose” una parte da leone la sta assumendo l’Arabia Saudita, storico concorrente della Siria per la supremazia regionale. Pur essendo recentemente migliorati i rapporti tra i due Paesi, non è stato escluso che Riyadh abbia contribuito a fomentare le rivolte della parte sunnita siriana. Un’azione saudita, infatti, avrebbe lo scopo di arginare lo strapotere regionale di Teheran e di spezzare l’asse di ferro di quest’ultimo con Damasco e Hezbollah. Come dimostrato anche dall’intervento in Bahrain attraverso le forze del Consiglio di Sicurezza del Golfo, l’intento della casa regnante saudita potrebbe essere quello di utilizzare la situazione contingente per continuare ad assurgere al suo ruolo di leader arabo e musulmano, approfittando anche dell’attuale debolezza politica de Il Cairo.

Un ruolo più defilato invece lo ha assunto la Giordania, il Paese geograficamente più prossimo della Siria. Il motivo è dettato dalla non facile situazione interna di Amman che come molti altri Paesi del Levante arabo si trova ad affrontare un’ondata di proteste portate avanti, seppur con motivazioni e in un contesto diverso rispetto agli altri Paesi arabi, dalla Fratellanza Musulmana. Essendo Amman un solido alleato di Riyadh, non è impensabile che la Giordania possa avallare un piano saudita di rovesciamento del regime alawita al fine di indebolire Teheran, la vera spina nel fianco dei Paesi sunniti.

Un discorso a parte merita il Libano. La Siria non ha mai rinunciato alla propria influenza nella gestione politica del Paese limitrofo, ritenendolo da sempre parte integrante del disegno politico e storico della “Grande Siria”. Solo con l’omicidio del miliardario ed ex Primo Ministro libanese Rafiq Hariri (2005), la situazione era precipitata paurosamente. Sotto la pressione di una parte del popolo libanese e dell’ONU, l’esercito siriano fu costretto al ritiro dal Libano. La reazione siriana fu segnata da un sostegno economico e logistico alle cellule terroristiche attive nell’area. A ciò vanno aggiunte le accuse lanciate dalla televisione di stato siriana che ha riferito di un coinvolgimento nelle proteste di alcuni influenti personaggi libanesi, accusati di sostenere i rivoltosi. In particolare, il governo siriano ha accusato il deputato libanese Jamal al-Jarrah, membro del partito Al-Mustaqbal guidato dall’anti-siriano Saad Hariri, figlio di Rafiq, di sostenere anche economicamente i siriani che si oppongono all’opposizione siriana.

Iran, Hezbollah, Hamas

Dunque, la crisi siriana si ripercuote immancabilmente sugli “alleati” della regione. In particolare in Libano, Hezbollah teme un’eventuale caduta del vicino regime alawita, suo forte alleato e sostenitore. L’appoggio del movimento sciita libanese al regime siriano fu evidente nel 2005, ma oggi è ancora più esplicito. Da settimane Hezbollah organizza manifestazioni a sostegno dal governo di Assad attraverso i propri organi televisivi e di stampa. Ad esempio, il quotidiano al-Akhbar, mantenendosi sulla linea delle autorità siriane, ha accusato Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti e politici libanesi di finanziare la rivolta. Sulla stessa linea anche al-Seyassah.

Il Presidente siriano, nel timore di rimanere isolato, potrebbe ricorrere anche agli altri suoi alleati nella regione, come Hamas, la Turchia e l’Iran. Hamas, nonostante i cospicui finanziamenti ricevuti da Damasco in questi anni, è attualmente impegnata sul fronte politico interno, come dimostrato dal recente accordo di riconciliazione con Fatah e le altre 11 fazioni palestinesi della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Al contrario, il ruolo di Turchia e Iran potrebbe essere decisivo in qualità di grandi alleati di Damasco nell’area. La Turchia, dopo un riavvicinamento portato avanti recentemente, da un punto di vista diplomatico sta perorando la causa di un coinvolgimento politico della Siria nella stabilizzazione dell’area. Alla luce degli ingenti investimenti economici di Ankara nella regione finalizzati all’acquisizione di un ruolo di primaria importanza nel mondo arabo e islamico, sembra difficile che la Turchia sposi l’idea di un intervento diretto o indiretto nel Paese vicino. L’Iran, invece, il più solido alleato della Siria è la carta che Damasco potrebbe giocarsi in una situazione di estrema difficoltà. Durante le proteste di questi giorni, Teheran è stato infatti consultato da Damasco per capire come poter offrire il proprio sostegno, magari utilizzando i metodi utilizzati nella repressione dell’”Onda Verde iraniana”. Il problema, semmai, è capire come Teheran intenderà eventualmente rispondere non solo all’atteggiamento degli USA ma anche dell’Arabia Saudita in questa cosiddetta “Primavera araba”. Assad, così come gli al-Khalifa, rappresentano in questo senso un test dei rapporti di forza fra i due maggiori Paesi, uno sciita e l’altro sunnita, esponenti del mondo musulmano.

Prospettive e conclusioni

In tale contesto regionale, dunque, la situazione siriana risulta caotica quanto incerta anche a causa del controverso atteggiamento degli Stati Uniti che si ripercuote sulle posizioni dei singoli Paesi che hanno rapporti di amicizia o meno con la Siria. In questo senso la questione siriana rappresenta un punto chiave non solo per le future strategie regionali di Israele, ma anche per quelle di Iran e Arabia Saudita la quale, deve comunque affrontare i suoi malesseri interni.

Fermo restando che la situazione interna al Paese è tutt’ora in fieri, il mantenimento dello status quo potrebbe essere l’opzione più plausibile, come quella delle sanzioni economico-finanziarie. L’Unione Europea, infatti, lo scorso 10 maggio, ha formalmente adottato misure restrittive nei confronti di diverse autorità politiche (tra le quali non rientra il Presidente), come l’embargo sulla fornitura delle armi, il congelamento di beni, l’abolizione di visti e una revisione degli accordi economici bilaterali con Damasco. Un intervento armato, difatti, rischierebbe di radicalizzare ulteriormente non solo lo scontro religioso tra sunnismo e sciismo e uno scontro ideologico fra conservatorismo saudita e panarabismo laico siriano, ma soprattutto l’attrito esistente fra Stati Uniti e Iran.

* Giuseppe Dentice, Dottore in Scienze Internazionali e Diplomatiche (Università di Siena)


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