Durante una visita ufficiale a Washington, il 12 gennaio scorso, il primo ministro libanese Saad Hariri è stato raggiunto dalla notizia della caduta del suo governo. Undici dei trenta ministri del suo gabinetto avevano rassegnato le dimissioni: di questi, dieci erano appartenenti alla coalizione dell’8 marzo, gruppo di opposizione sotto la guida di Hezbollah, mentre l’undicesimo dimissionario, Adnan Hussein, era uno dei cinque ministri indipendenti designati dal presidente Suleiman. La caduta del governo è stata dunque una conseguenza meccanica poiché, secondo l’articolo 69 della Costituzione libanese, al venir meno di un terzo dei dicasteri si ha automaticamente lo scioglimento dell’esecutivo.

La notizia non ha certo colto di sorpresa il primo ministro che da mesi stava cercando una mediazione per tenere in piedi il suo governo. Hariri era riuscito a non provocare eccessive tensioni con Hezbollah sia sulla questione degli armamenti, legata al rispetto della risoluzione ONU 1559 e al disarmo delle milizie, sia nei rapporti con la Siria di Bashar al-Assad, con il quale era riuscito a riallacciare relazioni sul piano economico e strategico.

Su un punto però Hariri non si era mostrato malleabile: la richiesta ha parte di Hezbollah di considerare come illegittimi i risultati del Tribunale speciale per il Libano (TSL). Due sono le ragioni per le quali una mediazione sul tribunale non era fattibile per Hariri. La prima è di ordine personale: il TSL era stato istituito nel 2007 per identificare e giudicare i mandanti e gli esecutori dell’attentato che, il 14 febbraio 2005, era costato la vita dell’allora primo ministro Rafiq Hariri, padre di Saad. Non stupisce dunque che Hariri intenda far luce sull’assassinio del padre. La seconda motivazione è di carattere pratico: delegittimando il TSL Hariri avrebbe di conseguenza perso credibilità all’interno della sua coalizione, di stampo filo occidentale, che era nata riconoscendo il TSL come strumento indipendente necessario per ottenere verità e giustizia.

Nonostante il verdetto definitivo del TSL sia previsto per i prossimi mesi, nei primi giorni di gennaio la tensione era aumentata: si era infatti diffusa la voce che le accuse avrebbero potuto coinvolgere alcuni membri di Hezbollah. Se queste voci dovessero trovare conferma, avrebbero ripercussioni durissime per il Partito di Dio in termini di credibilità e reputazione. Di qui l’importanza vitale per Nasrallah, segretario generale del partito Hezbollah, di convincere la leadership politica libanese a prendere le distanze dal verdetto della corte. In molti discorsi pubblici Nasrallah ha accusato il TSL di essere uno strumento dell’occidente e in particolare di Israele, indicando quest’ultimo come probabile mandante dell’assassinio di Hariri con lo scopo di screditare il Partito di Dio.

Il tentativo di Hezbollah di persuadere Hariri era stato sostenuto da altri attori regionali come la Siria e l’Arabia Saudita. Damasco ha agito nell’ottica di riguadagnare una posizione di egemonia nella regione, posizione che era stata fortemente messa in dubbio dopo l’assassinio di Rafiq Hariri nel 2005 e che potrebbe ricevere ulteriore discredito da un eventuale conferma di un coinvolgimento di agenti siriani tra i mandanti dell’attentato. Più complicato è l’intervento dell’Arabia Saudita che, seppur alleata di Hariri sin dalle sua elezione, vedrebbe con favore il riavvicinamento della Siria ad Hezbollah, con lo scopo di allentare i legami tra il partito di Nasrallah e l’Iran. Il tentativo di mediazione si era arenato sia a causa della perentorietà di Hariri, sia per l’intervento del segretario di Stato americano Clinton che aveva consigliato a Riad di non assumere posizioni troppo nette in merito al TSL e alle vicende del Libano. L’ultima alternativa rimasta era dunque l’eliminazione dell’ostacolo politico dalla scena, ottenuta in modo non violento e legale attraverso le dimissioni di un terzo dei ministri il 12 gennaio.

Il nuovo governo Miqati

Per tradizione in Libano il posto di primo ministro spetta ad un musulmano sunnita, la presidenza ad un membro della comunità cristiana mentre è un musulmano sciita il portavoce del parlamento nazionale.

Il successore di Hariri doveva dunque essere un altro esponente della comunità sunnita, e Najib Miqati, miliardario ed ex primo ministro del Libano nel 2005, ha risposto all’appello. La sua candidatura è stata fortemente sostenuta da Hezbollah e dalla Siria, con la quale Miqati pare avere legami molto stretti. Il 25 gennaio Miqati ha ottenuto 68 voti su 128 al Parlamento, contro i 60 ottenuti da Hariri, ed è perciò stato eletto primo ministro designato dal Presidente Suleiman. Immediatamente in Libano sono scoppiate violente proteste da parte della popolazione sunnita che ha percepito l’elezione come una presa di potere di Hezbollah nel governo. In particolare a Tripoli e in alcuni quartieri di Beirut si è assistito a quello che è stato definito “giorno della rabbia popolare” tanto che Hariri, nonostante in un primo tempo avesse definito l’assegnazione della carica a Miqati come un “coup d’état”, è stato costretto ad intervenire con un discorso televisivo per invitare i suoi sostenitori a placarsi.

Anche gli Stati Uniti, preoccupati di uno sbilanciamento delle quote di potere nella regione, hanno confermato il loro appoggio ad Hariri e hanno di fatto avvisato il neo eletto Miqati che un governo guidato da Hezbollah causerà al Libano la perdita di milioni di dollari in aiuti.

Dal canto suo, Miqati ha affermato in un’intervista alla BBC che non ha alcun legame privilegiato né con Hezbollah né con la Siria e che non è stato stipulato nessun accordo segreto tra il neo-governo libanese e l’Arabia Saudita. Inoltre, il neo primo ministro si è affrettato ad incontrare l’ambasciatrice americana in Libano, Maura Connelly, per affermare il suo impegno nel mantenere buoni rapporti con Washington.

Punti chiave per futuri sviluppi

Nella fase attuale ci sono quattro punti fondamentali che giocano un ruolo chiave per gli scenari futuri nella regione. Il primo è di carattere interno e riguarda le divisioni settarie in Libano. Al momento i sunniti che appoggiano Hariri hanno interrotto le manifestazioni violente e, sebbene Miqati abbia assicurato di non essere un burattino nelle mani di Hezbollah, il pensiero generale della comunità sunnita è che Hariri rappresenti la guida e che non dovrebbe restare all’opposizione ancora a lungo. Il pericolo è che questo malcontento possa portare ad una pericolosa ripresa delle tensioni settarie nella regione.

Il secondo punto fondamentale riguarda il riconoscimento del TSL da parte del nuovo governo libanese. A questo proposito Miqati non ha ancora espresso un parere, eludendo la domanda postagli durante l’intervista alla BBC e limitandosi a commentare che “qualsiasi cosa che verrà fatta in Libano sarà ottenuta attraverso il dialogo e il consenso. Il tribunale esiste, è presente e non è stato fatto da me, è nelle mani della comunità internazionale”. Se Miqati dovesse seguire la volontà di Hezbollah e della Siria, dissolvendo il protocollo di cooperazione con il tribunale, tagliando i fondi e ritirando i giudici libanesi, causerebbe immediatamente il dissenso della comunità internazionale e metterebbe il Libano in una posizione difficile da sostenere nel lungo periodo, specialmente se fossero a rischio gli aiuti economici statunitensi.

In terzo luogo, indipendentemente dal riconoscimento in ambito libanese, non si può dimenticare che il TSL è un organismo internazionale che a breve renderà pubblici i risultati delle indagini svolte e formulerà delle accuse. Se dovesse essere provato il coinvolgimento di Hezbollah, il governo libanese affronterebbe una crisi di legittimità anche se non dovesse riconoscere la sentenza. Inoltre, secondo quanto riferito da alcuni analisti locali, uno scenario in cui Hezbollah si trovi in posizione marginale nel paese renderebbe altamente probabile un attacco da parte di Israele che potrebbe sfruttare il momento di isolamento del nemico storico.

Infine, non si può non notare come le proteste avvenute in Libano possano in qualche modo essere influenzate dal più ampio contesto regionale. Le rivolte che in questi giorni stanno infiammando paesi come l’Egitto e la Tunisia, sebbene abbiano origini e motivazioni completamente differenti, potrebbero comunque avere un effetto destabilizzante in un paese in cui la situazione politica versa in uno stato di grande fragilità.


* Rita Borgnolo, Dottoressa in Relazioni Internazionali (Università statale di Milano)


Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”


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