Fonte: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1650

Il Perù è per il momento l’ultimo paese che si è aggiunto alla ola sudamericana di riconoscimenti di uno stato palestinese indipendente che si è svolta nelle ultime settimane. Era stato l’ex-presidente Lula Ignacio Da Silva nel dicembre scorso ad aprire, da vero leader regionale, il valzer dei riconoscimenti. Ma da traino ha fatto anche il Venezuela di Hugo Chavez, l’altro attore forte del continente, che ha sempre espresso un costante appoggio alla causa palestinese. Ora siamo quindi di fronte a una posizione comune della regione, che getta le basi per il prossimo vertice dei paesi arabi e latinoamericani (Aspa) in programma a Lima, Perù, a metà febbraio.

Brasile e effetto domino regionale
Alla mossa ad effetto brasiliana all’inizio di dicembre, sono seguite infatti a ruota l’Argentina, con il conseguente clamore interno per la presenza della storica comunità ebraica nel paese, la Bolivia, l’Ecuador, il Cile, con i suoi più di 300 mila immigrati palestinesi, la comunità più importante fuori dal mondo arabo, la Guyana, e per ultimo il Perù. Mentre Brasile, Argentina, Bolivia, Guyana e Ecuador hanno riconosciuto la Palestina nei suoi confini precedenti al conflitto del 1967, la posizione cilena e peruana è stata più moderata, evitando di menzionare la questione dei territori occupati da parte di Israele. La Colombia, uno dei principali ricettori mondiale di aiuti economici da parte dell’amministrazione americana, si è limitata a concordare un riconoscimento allo stato palestinese solo nell’ambito di un accordo di pace con Israele. La Colombia è praticamente l’unico paese sudamericano ad aver scansato l’effetto domino brasiliano, considerando che Paraguay ed Uruguay hanno dichiarato che riconosceranno lo stato palestinese nelle prossime settimane, e che il Perù , si sta già muovendo da anfitrione in vista del vertice, soprattutto dedicando speciale attenzione alla possibile stipula di nuovi trattati commerciali.

Il principale artefice di questa nuova collaborazione politica internazionale e fautore della sorprendente e compatta posizione regionale, è stato l’ex-presidente brasiliano Lula Ignacio Da Silva, che già nel 2005 diede impulso all’organizzazione del primo vertice Arabo-Latino Americano con l’obiettivo di sviluppare la cooperazione politica ed economica tra le due regioni. Un vertice ed una relazione che ha tentennato nelle sue prime fasi, ma che ha acquistato maggiore autorevolezza dopo l’incontro di Doha nel 2009, e che ora costituisce la base per numerosi partenariati economici e commerciali, che si stanno moltiplicando anche in vista del nuovo vertice in programma in Perù dal 12 al 16 febbraio.

Ma il Brasile di Lula si è mosso negli ultimi mesi anche su altre questioni strettamente vincolate al conflitto in Medio Oriente, come la disputa sul nucleare iraniano, presentando, in partnership con la Turchia, una proposta concreta sul tavolo delle negoziazioni e auspicando la possibilità che l’arricchimento dell’uranio iraniano si svolga in un paese terzo. Le rispettive visite diplomatiche da parte di Ahmadinejad e Lula nell’ultimo anno hanno desatato forti polemiche, soprattutto per le voci ricorrenti sulla ricerca di materie prime ed uranio da parte iraniana in America Latina, specialmente in suolo venezuelano e boliviano.

Venezuela, Bolivia e il nucleare iraniano
L’approccio più ideologico del Venezuela e della Bolivia di Evo Morales verso l’intera questione mediorientale, rispetto a quello invece più aperto e pragmatico del Brasile, emerge chiaramente, ad esempio, rispetto alla strategia da adottare con l’Iran. I presidenti Chavez e Morales hanno a più riprese ribadito la legittimità iraniana di ottenere il nucleare e non hanno mai nascosto il loro aperto sostegno alla causa palestinese. All’inizio del 2009 entrambi non hanno esitato ad espellere l’ambasciatore israeliano dai rispettivi paesi durante l’Operazione “Piombo Fuso” nella striscia di Gaza. Chavez ha inoltre recentemente intrapreso un intenso tour internazionale incentrato sulla questione energetica, con l’intenzione di creare un importante asse commerciale e multipolare che coinvolga anche paesi come Russia e Bielorussia. Il mandatario venezuelano ha stipulato importanti contratti commerciali e proiettato ingenti investimenti energetici nell’area mediorientale, specialmente in Iran e Siria. Al viaggio di Chavez in Siria, Iran e Libia, è seguito di una settimana quello di Morales in Iran.

Convergenza politica e energetica
Se Chavez, forte delle sue ingenti risorse petrolifere, è più propenso a creare un asse multipolare con i principali paesi fornitori di energia a livello mondiale anche per acquisire una posizione di forza a livello internazionale e in Medio Oriente, il Brasile sembra invece essere più interessato alla formazione di un compatto blocco latinoamericano in grado di avere maggior potere negoziale all’interno delle istituzioni internazionali. Entrambi i paesi hanno in cantiere progetti per dotarsi di energia nucleare o per modernizzare le fonti di approvvigionamento già esistenti, e ne discuteranno a margine del vertice dell’Aspa in programma a Lima, dove il presidente venezuelano e la nuova presidente brasiliana Dilma Rousseff si incontreranno ufficialmente per la prima volta.

Dopo la recente catena di riconoscimenti ufficiali di uno stato palestinese indipendente, gli analisti regionali concordano nel predire la nuova mossa: una dichiarazione regionale congiunta che riconosca uno stato palestinese indipendente, con Gerusalemme est come capitale e che includa altri territori attualmente sotto controllo israeliano. I movimenti delle ultime settimane fanno pensare che questa dichiarazione congiunta sarà discussa a Lima il durante il vertice a cui dovrebbero partecipare, secondo gli organizzatori, i 12 presidenti latinoamericani integranti dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e, per il momento, 11 capi di stato arabi.

A parte la questione politica, il vertice servirà anche a sottoscrivere nuovi contratti commerciali bilaterali tra i paesi delle due regioni, che negli ultimi anni hanno raggiunto un volume di scambi di 21 miliardi di dollari, con il Brasile alla testa dei paesi latinoamericani. Non è un caso che nel dicembre scorso, durante la 40esima riunione del Mercato comune dell’America meridionale (Mercosur), si sia firmato un accordo di libero commercio proprio con la Palestina. Le principali merci di questo scambio intercontinentale sono i prodotti agricoli e le materie prime sudamericane, specialmente verso i paesi del Golfo, mentre gli imprenditori arabi hanno dimostrato interesse verso gli investimenti nelle infrastrutture e nel settore dei servizi. Proprio in questi giorni sia una delegazione del parlamento uruguayano, sia la stessa presidente argentina Cristina Fernandez, sono impegnati in un intenso tour diplomatico in Medio Oriente per rafforzare i contatti bilaterali in vista del vertice di Lima.

Trampolino di lancio
La questione politica del riconoscimento della Palestina da parte dei paesi sudamericani ha costituito, fin dagli albori di questa relazione, una priorità per i paesi arabi, ed in particolare per il presidente palestinese Mahmoud Abbas. L’obiettivo principale dei paesi sudamericani, invece, in un primo momento si limitava allo sviluppo di un partenariato energetico-commerciale funzionale anche alla ricerca di mercati dove esportare la ricca produzione agricola. A fare da traino nella relazione tra le due regioni, che stanno poco a poco affinando sempre più i loro interessi reciproci, sono quelle economie emergenti come il Brasile che cercano nuovi sbocchi nella mappa geopolitica mondiale. A parte le grandi potenzialità propiziate dagli intercambi economici tra queste due regioni in pieno sviluppo, la questione mediorientale sembra essere interpretata da diversi paesi sudamericani come un trampolino di lancio per acquisire maggior peso e riconoscimento sulla scena internazionale.

Massimo Di Ricco è ricercatore in Studi Culturali Mediterranei presso l’Università di Tarragona, e professore visitante all’Universidad Nacional de Colombia di Bogotà.

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