Nell’aprile 1982 l’esercito argentino invase le Falkland rivendicandone la sovranità a discapito dell’Inghilterra. Senza dimenticarne il valore oggettivo, che vedremo in seguito, l’azione militare aveva in quel momento delle finalità propagandistiche: l’obiettivo finale era quello di distogliere l’attenzione della popolazione dall’operato di una dittatura sanguinaria e repressiva e di spostarla su un “nemico” esterno e soprattutto distante 12.000 Km.

In Argentina era forte la sofferenza popolare nei confronti del regime di Galtieri che rispondeva di contro accrescendo la popolazione dei desaparecidos. Col tempo però il regime di terrore non fu più sufficiente a mantenere nel torpore la coscienza popolare che riscoprì l’attivismo politico e la forza di contestare apertamente le ingiustizie dittatoriali. Galtieri aveva bisogno di un diversivo in grado di riportarlo in una posizione di stabilità interna e quale miglior occasione del risveglio del nazionalismo argentino?

 

Ecco perché la mattina del 2 Aprile 1982 la popolazione argentina si risvegliò con la notizia dello sbarco delle truppe nazionali sulle coste delle Falkland. L’idea di riportare le isole sotto la bandiera sudamericana e traslare il nome anglofono Falkland nel più argentino Malvines* fece riunire la popolazione argentina nel nome dell’orgoglio nazionale e paradossalmente il regime di Galtieri, tanto odiato e prossimo a capitolare, si ritrovò osannato dall’intera Nazione. La strategia sin qui esposta mi è stata confermata da un’intervista informale fatta a Juan Carlos Iampietro (nato a Buenos Aires nel 1958) – un ex dipendente pubblico argentino che oggi risiede in Italia. Il Signor Iampietro nel ripercorrere la situazione socio-politica durante la dittatura ha avuto modo di approfondire l’episodio della guerra delle Malvines del 1982:

 

“… il 2 Aprile 1982 il dittatore di turno chiamato Galtieri decise di occupare queste isole. I militari argentini dovevano spostare l’attenzione del popolo visto che il clima sociale di quei giorni era molto delicato. Basti pensare che il giorno prima dell’occupazione il popolo argentino ha manifestato davanti alla casa del governo e stava per entrarci. Il clima era teso. Il giorno dopo ci siamo svegliati con la notizia dell’occupazione. La gente aveva cambiato il nemico: adesso erano gli inglesi… è stato tutto molto stupido e il risultato furono tanti soldati morti: ragazzi di 18 anni che facevano il servizio militare si sono ritrovati sopra una nave per partire. Sull’isola i ragazzi hanno lottato con patriottismo, senza mai tradire il popolo argentino. Le isole, si diceva a quei tempi, appartenevano alla signora Tatcher che era prima ministro (inglese). La gente che abita sull’ isola é tutta inglese: lavorano e commerciano lana e carne di pecora ma la vera ricchezza è sotto il mare ( petrolio e pesce)… la gente dell’ Isola non si è comportata male con i nostri soldati…”

 

Dallo stralcio di intervista riportato si individuano diverse tematiche interessanti e meritevoli di approfondimento. Innanzi tutto viene confermata la funzionalità del conflitto del 1982: distogliere l’attenzione della popolazione da problematiche endogene ad una situazione esogena alla Nazione. Il tutto, se pur per un breve periodo, ha rinvigorito la legittimità del potere – portando in secondo piano il costo di vite umana della stessa operazione militare. Galtieri sottovalutò però l’orgoglio inglese che reagì immediatamente e in maniera decisa all’offesa subita ripristinando la propria sovranità il 14 giugno 1982. Si può dedurre che è proprio questo il sentimento scatenante del Conflitto delle Falkland: l’orgoglio. Anche perché nel 1982 non si era in possesso della tecnologia necessaria per individuare il potenziale energetico presente nei fondali marini dell’arcipelago; per di più la popolazione presente sull’isola ammontava a 1500 individui, numero “irrilevante” per giustificare una così dura e rapida risposta inglese.

 

Oggi, invece, l’arcipelago britannico torna ad essere oggetto di attriti internazionali non più per strategie politiche, ma per motivazioni economiche e più indirettamente, per un riaffiorare della “consapevolezza latinoamericana”.

 

Per quanto concerne “l’oro nero”, già in passato (1998) vi furono iniziative volte a quantificare il potenziale petrolifero dei fondali marini dell’arcipelago. Ma le principali multinazionali interessate – tra cui la Shell – arrivarono all’unanime conclusione che le riserve presenti non garantivano un quantitativo di greggio sufficiente a giustificare l’investimento economico necessario per la trivellazione. Il tempo trascorso dal ’98 ad oggi ha notevolmente cambiato gli scenari: l’innovazione tecnologica consente una più accurata analisi del sottosuolo e delle risorse celate al suo interno; le risorse energetiche sono sempre più il fulcro delle strategie relazionali internazionali, specialmente se non rinnovabili; scendendo ad un livello più materiale e monetario, dal ’98 ad oggi il prezzo del petrolio è passato da 10 $ al barile a circa 100 $. Questo mix di fattori ha spinto il gruppo inglese Rockhopper a manifestare l’intenzione di investire 2 miliardi di dollari per l’estrazione di petrolio al largo delle Falkland. Il progetto è di certo ambizioso ed ha lo scopo di raggiungere i 120.000 barili di estrazione giornaliera entro il 2018.

Il reale intento inglese di approfondire l’analisi della vasta area marina dell’arcipelago ha risvegliato “l’orgoglio” argentino che negli ultimi giorni per voce del suo massimo esponente – il presidente Fernándezha rivendicato la sovranità sulle isole e sull’annesso mare. Tale rivendicazione si è concretizzata con la limitazione della navigazione delle acque argentine a discapito delle imbarcazioni inglesi e il sorvolo dei cieli previa autorizzazione argentina.

 

Il contrasto però tende a non ridimensionarsi per due motivi:

 

La recente conferma alla presidenza della Fernández . Ciò presuppone la continuità della politica estera sin qui tenuta e, quindi, un più incisivo ritorno sulla questione della sovranità delle Malvines/Falkland.

 

La “consapevolezza latinoamericana”. Si tratta di una presa di coscienza che man mano coinvolge le popolazioni del Sud America. Più volte tale valore ha tentato di prendere il sopravvento sul fluire della storia del continente. Nell’ottocento era cavalcato da Simon Bolivar che si fece promotore dell’unione del Sud America sotto un’unica bandiera. Negli anni ’60 del XX secolo era l’utopia dei movimenti rivoluzionari delle numerose “guerre di guerriglia”. Oggi lo scenario è di gran lunga cambiato: vi è un allineamento tra politica e società. Pian piano ogni Stato sembra acquisire consapevolezza dei propri mezzi e delle proprie capacità, ricercando un’autonomia esogena – distacco della propria economia dalla dipendenza dal sistema occidentale; diversificazione produttiva; maggiore attenzione al benessere sociale; autonomia nel dialogo internazionale. Tutto ciò porta ad un’ulteriore evoluzione: la nascita di una solidarietà tra Stati sempre più forte. Le rivendicazioni argentine sono accolte positivamente dal Brasile – interessato a sua volta al controllo delle risorse presenti nei fondali al largo delle coste brasiliane – dal Venezuela – Chavez proprio in questi giorni si è reso protagonista dell’esproprio di 300mila ettari ad una multinazionale britannica – e l’Uruguay che ha condiviso con l’Argentina le restrizioni sulla navigazione delle acque. In sintesi, si sta delineando un’idea comune volta a preservare le risorse sud americane dal saccheggio neo-coloniale da parte dei vicini U.S.A. e dei non meno agguerriti capitali europei in cerca di ossigeno per le proprie casse.

Non poco oserei dire. Ovviamente bisogna considerare non solo che tale processo di allineamento è ancora in fieri , ma soprattutto che continuano a sussistere forti legami di alcuni Stati con il blocco statunitense – ad esempio la Colombia.

In tutto ciò resta da chiedersi: ma gli abitanti delle Falkland cosa ne pensano?

Si tratta di circa 4000 persone che vivono di pastorizia, di pesca o operando all’interno delle basi militari. Sono ufficialmente cittadini britannici e lo sono di fatto essendo i figli dei figli di quegli inglesi che popolarono per la prima volta l’arcipelago nel 1833. Non risultano atti di protesta contro la Corona Inglese da parte di questa piccola popolazione, anzi durante l’occupazione argentina del 1982, per protestare – in maniera pacifica – continuarono a tenere la guida dei mezzi a sinistra. Ciò fa pensare che, magari, tali cittadini siano solo parte di un oggetto in balia di una contesa internazionale e che fondamentalmente per loro vada benissimo essere britannici pur se a 12.000 Km dalla corona…

Per concludere e tornando alla “consapevolezza latinoamericana” possiamo dire che se il mondo è in forte evoluzione, il Sud America non staoma di certo a guardare.**

 

*In realtà il termine Malvines ha origini francesi. La colonia ha subito numerose variazioni di sovranità dal 1763 al 1982. Inizialmente fu colonizzata dai francesi che le diedero il nome di Malouines per sottolineare la provenienza dei coloni dal porto di Saint-Malo. Nel 1766 le isole passarono sotto la bandiera spagnola per poi diventare argentine (1810) in seguito alla proclamazione d’indipendenza dell’Argentina. Nel 1833 l’arcipelago fu occupato dagli inglesi finché nel 1982 l’Argentina ne riacquisii la nazionalità per pochi giorni, tornando subito dopo territorio inglese. Oggi gli abitanti dell’arcipelago detengono lo status di cittadini britannici a pieno titolo.

 

** Un ringraziamento a Juan Carlos Iampietro che condividendo con me un buon Mate, ha affrontato un discorso a 360° sull’Argentina, dal passato alle speranze future. Ascoltare l’esperienza altrui e poter avere uno scambio di idee e opinioni costruttive non ha prezzo.

William Bavone è laureato in Economia Aziendale (Università degli Studi del Sannio, Benevento)

 

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