Fonte: “Come Don Chisciotte

 

Presentiamo qui un estratto dal libro “La Sfida Totale – Equilibri e strategie nel grande gioco delle potenze mondiali” (Fuoco Edizioni) di Daniele Scalea, gentilmente concesso dall’autore in esclusiva a Comedonchisciotte. “La Sfida Totale” è un interessante trattato di geopolitica che, a partire da una esposizione delle teorie geopolitiche classiche (Mackinder, Haushofer, Spykman), propone una lettura coerente e dettagliata degli avvenimenti mondiali degli ultimi anni. Un argomento chiave del ‘grande gioco’ geopolitico nei suoi risvolti di politica energetica, economica ed espansionismo militare è la rivalità tra ‘vecchie’ e ‘nuove’ potenze mondiali, in particolare tra Cina e USA, argomento del capitolo di cui offriamo il presente estratto. N.d.r.

 


[…]Anche la Cina nella seconda meta del Novecento ha sperimentato clamorosi e drammatici fallimenti, confermando l’eccezionalità del riuscito tentativo di Stalin di fare, nel giro d’un decennio ed attraverso la pianificazione economica, d’un paese arretrato una grande potenza industriale. Forse i piani quinquennali avrebbero anche avuto buon fine se, dopo il successo del primo, Mao non avesse rinnegato l’aiuto sovietico e cercato una strada di sviluppo autonoma, quella del “Grande Balzo in Avanti” (in realtà una colossale caduta all’indietro).

Tuttavia nel trentennio maoista la Cina, a differenza dell’India, è riuscita a gettare le basi per il successivo boom, costruendo le prime infrastrutture essenziali, alfabetizzando la popolazione (l’analfabetismo, tra il 1949 e il 1976, e sceso dall’80% al 7%) e garantendole una sufficiente tutela sociale. Quando Deng Xiaoping ha avviato le sue riforme – soprattutto dai primi anni ‘90, visto che negli anni ‘80 furono condotte in maniera territorialmente limitata ed a titolo sperimentale – la Cina ha iniziato immediatamente a crescere a ritmi forsennati.

Nel corso degli anni ‘90 la crescita del PIL cinese e stata in media del 9,7% all’anno, contro il 5,9% dell’India nello stesso periodo. Tra il 2000 e il 2004 la crescita annuale della Cina è stata del 9,4%, mentre quella dell’India del 6,2%. Oggi il prodotto interno lordo cinese cresce d’oltre l’8% l’anno, mentre quello indiano è ritornato sotto il 7% dopo aver toccato quota 9% nel 2007. Sebbene nel 1978 il PIL indiano fosse superiore a quello cinese (155 miliardi di dollari contro 141), nel 2008 la situazione appariva decisamente ribaltata: 4.327 miliardi di dollari il PIL cinese, 1.207 quello indiano. Secondo i dati pubblicati dall’Ufficio statistico cinese nel gennaio 2010, il PIL della Repubblica Popolare nel 2009 sarebbe ammontato a 4.900 miliardi, il che significherebbe per la Cina uno storico sorpasso sul Giappone (4..600 miliardi), scalzata dal gradino di seconda maggiore potenza economica al mondo in termini di prodotto interno lordo (la prima sono gli Stati Uniti d’America).

Va notato che, mentre l’India sta terziarizzando la propria economia, la crescita relativa dei servizi in Cina è stata piu contenuta (dal 21,4% del PIL nel 1980 al 39,5% del 2006), mentre l’industria rimane decisamente il primo settore (48,7% del PIL; era il 48,5% nel 1980). La crescita si è manifestata soprattutto nelle prestazioni delle imprese private, che hanno attirato il grosso dell’ingente flusso d’investimenti esteri diretti in Cina, ma nel contempo ha riguardato anche le imprese di Stato. A differenza di quanto successo in Russia, maggiori risorse demografiche ed una gestione piu accorta ed onesta dell’economia hanno permesso al governo cinese di sviluppare il settore privato senza riallocare troppe risorse da quello pubblico.

Neppure i risultati dell’India vanno certo disprezzati. Pur a fronte di gravi squilibri strutturali (alti livelli di analfabetismo, poverta e mortalita infantile, sperequazioni sociali e regionali ecc.), l’economia di Nuova Delhi è (dati del 2008 alla mano) la quarta al mondo in termini di PIL a parita di potere d’acquisto (ossia il PIL calcolato prendendo come riferimento i prezzi delle merci negli USA), dietro solo a USA, Cina e Giappone ma davanti ai piu ricchi paesi europei. Anche in termini di PIL nominale l’India consegue un apprezzabile dodicesimo posto. Ma è la Cina che, secondo tutti gli analisti, puo oggi rivendicare il ruolo di alternativa agli USA quale principale potenza mondiale. Pechino, allo stato attuale, non sembra troppo desiderosa d’assumersi gli oneri legati ad una eventuale leadership mondiale e, forse, neppure regionale. Anche il “basso profilo” nella politica internazionale l’accomuna all’India, ma certo stona maggiormente con la potenzialita cinese che con quella indiana.

La Cina non è solo la seconda maggiore potenza economica e la prima al mondo per popolazione. Essa possiede le più grandi riserve auree e di valuta estera: 1.955 miliardi di dollari, ossia circa il doppio delle riserve giapponesi (le seconde al mondo), quattro volte e mezzo quelle russe (le terze) e venticinque volte quelle statunitensi. La sua marina mercantile è nettamente la piu numerosa tra quelle delle grandi potenze (e questo anche considerando le navi statunitensi battenti bandiera straniera). Dal punto di vista militare, le forze armate cinesi sono le piu numerose (2.225.000 soldati in servizio attivo e 1.200.000 riserve; gli USA ne hanno 1.403.900 in servizio attivo e 1.458.500 in riserva) e sottoposte ad un continuo processo di ammodernamento per colmare il prima possibile il gap con quelle statunitensi; l’arsenale strategico è nettamente inferiore a quello di USA e Russia, ma sufficiente a garantire una deterrenza minima.

Tuttavia ci sono anche dei lati oscuri dell’ascesa cinese, spesso ignorati, ma che incidono grandemente sulla reticenza di Pechino a sfidare apertamente la supremazia degli USA.

La rapida esplosione economica della Cina è avvenuta integrandosi nell’economia globalizzata plasmata dagli USA. La crescita cinese è andata di pari passo con l’afflusso degl’investimenti esteri: nel 2007 le multinazionali (principalmente giapponesi e statunitensi) controllavano il 60% del commercio cinese, e l’80% del valore delle loro esportazioni e importato.

Gli studiosi indiani Mohan Guruswamy e Zorawar Daulet Singh hanno evidenziato come la Cina rappresenti oggi l’interfaccia economica dell’Occidente in Asia Sudorientale, e si configuri come un hub, un fulcro regionale, un gigantesco “centro di assemblaggio” della componentistica prodotta nei paesi vicini e che viene poi smerciata nel resto del mondo. Tali dati invitano a non sopravvalutare l’effettiva potenza economica cinese, ma non devono neppure indurre a sottovalutarla. Nel 2002 la Cina contava per l’8% del valore aggiunto mondiale, ossia era la terza maggiore economia manifatturiera dopo Giappone e USA, e davanti alla Germania; il dato è ancora piu significativo se tenuto conto del PIL cinese di allora, decisamente inferiore a quello delle altre potenze industriali citate. Inoltre, la divisione del lavoro “verticale” all’interno dell’Asia Sudorientale rappresenta una dinamica positiva per la pacifica coesistenza nella regione: se la Cina fosse un gigante produttivo autonomo finirebbe con lo schiacciare i vicini; invece collabora con essi in maniera strettamente integrata. Pechino, lasciando ai paesi vicini i settori piu bassi della produzione, può concentrarsi sullo sviluppo dell’alta tecnologia entro i suoi confini.

Ciò che qui ci preme sottolineare è, semmai, l’interdipendenza economica Cina-USA. Pechino indirizza verso gli Stati Uniti quasi il 18% delle esportazioni, ma questi soddisfano solo il 7,2% delle sue importazioni; il 16,5% delle importazioni totali degli USA provengono dalla Cina. In poche parole, la Cina è il primo esportatore negli USA, ma questi non hanno un peso analogo nelle importazioni cinesi. Se nel 1985 la bilancia commerciale tra i due paesi era sostanzialmente in parita, dall’anno successivo ha cominciato a pendere sempre più a favore della Cina, tanto che nel 2008 il sovrappiù cinese negli scambi con gli USA è ammontato a ben 268 miliardi di dollari. Anche se nel 2009, complice la crisi economica ed il minore potere d’acquisto dei cittadini nordamericani, il divario e sceso sotto il livello del 2006, si tratta comunque di circa 230 miliardi.

Pechino ha reinvestito parte di questo sovrappiù di dollari nei titoli di debito pubblico degli USA, tanto che nel settembre 2009 ne possedeva il 23,35% (790 miliardi di dollari) del debito estero (il debito estero e il 28% del debito pubblico totale). Nei mesi successivi è stata scalzata dal Giappone, ma fino ad allora la Cina era il maggior creditore degli Stati Uniti d’America, paese notoriamente gravato da un ingente debito pubblico (Bush, durante la sua presidenza, e quasi riuscito nell’impresa di raddoppiarlo): si parla di oltre diecimila miliardi di dollari, che nell’anno fiscale 2009 sono costati 383 miliardi di soli interessi.

Pechino, in qualita di fondamentale creditore, avrebbe dunque la capacità teorica di affondare le finanze statunitensi, ma ciò si ripercuoterebbe gravemente sulla Cina stessa, in primis con la semplice perdita di valore di quei 790 miliardi in titoli di debito che detiene. Larry Summers, consigliere economico di Obama, ha parlato di ≪equilibrio finanziario del terrore≫. In ballo non ci sono piu le armi nucleari, ma solo buoni del Tesoro, eppure il principio è lo stesso della MAD (“mutua distruzione assicurata”) tra USA e URSS: sia Washington sia Pechino hanno la possibilita di sferrare un colpo mortale all’altro, ma ciò si rivelerebbe letale per loro stessi (se gli Stati Uniti facessero default sul debito impoverirebbero le casse cinesi, ma perderebbero il ruolo egemonico del dollaro cui è attualmente ancorato il loro potere geoeconomico).

La Cina potrà – e tutto lascia supporre che lo farà – reindirizzare gradualmente la propria economia, diminuendo l’acquisto di titoli di debito del Tesoro statunitense per investire nel proprio paese e sviluppare il mercato interno, così da sostituire le per altro declinanti esportazioni negli USA. Ma si tratta di un processo non di breve periodo. Si può supporre non sia questa – l’interdipendenza economica con gli USA – la sola ragione che induce la Cina a miti consigli. Anche l’India, infatti, segue una politica di basso profilo. E’ lecito pensare che le suddette difficolta nell’unificazione (e nel mantenimento dell’unità) dei due paesi concorrano ad indirizzare l’attenzione dei dirigenti sulla situazione interna, senza arrischiarsi troppo nella politica estera.

Storicamente, Cina e India sono state poco propense alle guerre d’aggressione ed espansione verso l’esterno. Probabile abbia influito anche il fattore culturale, ed in particolare l’etnocentrismo cinese. Fatto sta che al momento la preoccupazione principale sia di Pechino, sia di Nuova Delhi è quella di garantirsi ulteriori anni di tranquilla crescita economica. Sanno che il tempo gioca a loro favore, e perciò pazientano anche ingoiando di tanto in tanto qualche rospo (come le ingerenze e i moralismi atlantici). Il conto, semmai, lo presenteranno tra qualche anno.

La Cina, al fine di stabilizzare la sua crescita, percorre abitualmente due strade: da un lato evitare una contrapposizione strategica con gli USA, dall’altro assicurarsi forniture energetiche certe e costanti. Benché l’Impero di Mezzo sia il quinto maggiore produttore di petrolio al mondo (e l’undicesimo di gas naturale), al ritmo di produzione odierno le sue riserve provate non dovrebbero durare molto piu di un decennio; e comunque gia allo stato attuale sono nettamente insufficienti a soddisfare il suo fabbisogno in continua ascesa.

La Cina produce ogni giorno quasi 4 milioni di barili, ma ne consuma 7,85: è il secondo maggiore consumatore mondiale. Nel 2009, malgrado la crisi, le importazioni di petrolio sono cresciute d’oltre il 10% e quelle di gas naturale, tradizionalmente basse, di più del 50% rispetto all’anno precedente.

La Russia e l’Asia Centrale rappresentano una fonte d’energia prossima e sicura per la Cina. Come abbiamo visto, Pechino sta collaborando con Mosca per respingere l’assalto geopolitico di Washington all’Asia Centrale, ricavandone in cambio la possibilita di varare ampi progetti di cooperazione con questi paesi.

L’Asia Centrale è strategicamente importante anche perche rappresenta il canale di transito degl’idrocarburi iraniani: infatti, ignorando bellamente gli appelli al boicottaggio lanciati dagli USA e dall’Europa (ma che neppure quest’ultima segue con grande zelo), Pechino negli ultimi anni ha stretto importanti accordi commerciali con Tehrān.

L’Iran è oggi il terzo maggiore fornitore di petrolio alla Cina, con tendenza all’aumento; è comunque interessante notare che il principale importatore di petrolio iraniano e il Giappone, seguito appunto dalla Cina, dall’India, dalla Corea del Sud e, al quinto posto, dall’Italia. Ovviamente, una grande importanza ha anche il Vicino Oriente: l’Arabia Saudita è il primo fornitore di petrolio della Cina, cliente di tutti gli Stati del Golfo compreso l’Iraq. Non si tratta, però, di una regione sicura per Pechino: gli Stati Uniti, che già godono di una larga influenza diplomatica, negli ultimi vent’anni (e negli ultimi dieci in particolare) hanno cominciato ad estendervi anche la propria presenza militare. Pure per questo, oltre che per la sua grande sete di energia, la Cina ha rivolto le proprie attenzioni all’Africa. L’Angola è il secondo maggiore fornitore di petrolio, il Sudan è il sesto e la Libia il nono; quantità minori provengono da Guinea Equatoriale, Nigeria, Algeria, Camerun, Mauritania, Gabon e, di recente, pure dal Ciad (considerato fino a ieri un alleato di ferro di Washington).

Da un punto di vista commerciale le compagnie energetiche dello Stato cinese si sono rivelate piu competitive delle “sorelle” anglosassoni. Il perche è presto detto: queste ultime godono sì dell’appoggio di Washington (o Londra), dovendo anche soddisfare le esigenze strategiche della Casa Bianca, ma non possono prescindere dal profitto immediato, essendo compagnie private. Sinopec, CNPC e CNOOC (la stessa che tentò d’acquisire la Unocal, ma fu bloccata dal veto del Congresso statunitense) fanno i propri conti valutando l’interesse nazionale della Cina, e ciò consente di offrire condizioni migliori ai paesi produttori: in genere, lo sfruttamento d’un giacimento non è retribuito solo con denaro sonante, ma anche con la costruzione d’infrastrutture civili (strade, ponti, ospedali ecc.), favorendo così un reale sviluppo della nazione interessata.

Ad esempio, in Sudan, nel giro di un decennio, i Cinesi hanno costruito gran parte dell’infrastruttura petrolifera del paese (compreso un oleodotto di 1.650 km dai campi di estrazione del Sud Kordofan fino a Port Sudan nel Mar Rosso), ampliato la rete stradale e ferroviaria e le infrastrutture portuali, finanziato l’industria tessile e la pesca, edificato la grande diga di Merowe sul Nilo. Anche in Angola gl’investimenti cinesi sono andati ben oltre il campo energetico, comprendendo tra l’altro la costruzione di ospedali. Inoltre, la Cina non pone le precondizioni politiche tipiche degli USA: il riferimento non è alla “democratizzazione” (Washington sostiene dittature e regimi tirannici tanto quanto la Cina), bensì all’orientamento dell’economia e della politica estera del governo con cui si entra in affari.

Gli USA pretendono quasi sempre d’imporre la politica neoliberista tanto cara al Fondo Monetario Internazionale ed alla Banca Mondiale (istituti a guida atlantica), cui fanno da corredo la privatizzazione delle risorse del paese – non di rado a beneficio delle compagnie occidentali – e l’apertura indiscriminata del mercato interno ai piu competitivi prodotti occidentali, con l’effetto di strangolare i produttori locali. Spesso richiedono anche un aperto sostegno alla loro politica internazionale. Al contrario, Pechino è pronta a fare affari con tutti, fiduciosa che un rapporto commerciale possa evolversi in amicizia politica e, se anche ciò non dovesse verificarsi, che per lo meno ci sarà stato il profitto economico: un po’ l’approccio che sta attualmente seguendo col finora ostile Ciad, ed i risultati paiono darle ragione.

Si tratta di due visioni strategiche opposte che rispecchiano la profonda differenza tra Cina e USA: in una i capitalisti sono soggetti allo Stato, mentre negli altri è lo Stato a servire i capitalisti; la prima dispone d’abbondanti risorse finanziarie il cui utilizzo è accuratamente razionalizzato, ma non è (ancora) in grado di compiere proiezioni militari all’esterno, mentre gli altri puntano principalmente proprio sulla superiorità bellica.

Nel 2006 il terzo congresso del Forum sulla Cooperazione Sino-Africana vide accorrere a Pechino i capi di Stato e di governo di 35 paesi africani, ricompensati dal presidente Hu Jintao con la concessione di prestiti agevolati per 5 miliardi di dollari. Il quarto congresso, tenutosi a Sharm ash-Shayk (Egitto) l’8 e il 9 novembre 2009, vedeva rappresentati ben 49 dei 53 paesi africani (restano fuori Gambia, Swaziland, Burkina Faso e Sao Tome e Principe – non esattamente dei giganti); il nuovo prestito agevolato concesso da Pechino è stato di 10 miliardi di dollari.

Washington ha prontamente risposto, ma non con generosi finanziamenti, contratti più equi, congressi internazionali o cooperazione a tutto campo; ha invece reagito istituendo nel 2007 un nuovo comando militare dedicato esclusivamente all’Africa, denominato per l’appunto AFRICOM e basato a Stoccarda. Le dichiarazioni ufficiali, secondo cui l’AFRICOM servirà a garantire aiuti umanitari ed economici al continente nero ed a prevenire conflitti, non vanno prese troppo sul serio: per scopi del genere si creano organizzazioni caritatevoli o progetti di cooperazione internazionale, non un nuovo comando militare.

L’AFRICOM ha il compito di ottimizzare e, forse, intensificare l’uso della forza in Africa, l’unico strumento con cui oggi gli USA riescano ad arginare la crescente influenza cinese. Il Sudan, tra i maggiori fornitori di petrolio alla Cina, è entrato nel mirino delle campagne di stampa e propaganda occidentale per una guerra civile – quella del Darfur – che gli Statunitensi contribuiscono ad alimentare tramite il Ciad (maggiore sostenitore dei ribelli), ma che è presentata come un unilaterale “genocidio” da parte del governo di Khartoum.

Il 4 marzo 2009, la Corte Penale Internazionale (CPI) – che, ricordiamolo, è riconosciuta solo da 110 dei 192 paesi membri dell’ONU, e tra questi non vi è il Sudan, ma neppure le maggiori potenze come gli USA, la Cina e la Russia – ha emanato un ordine di arresto contro il presidente sudanese Omar al-Bashir, accusato di “crimini contro l’umanità” e crimini di guerra. Fino a dieci anni fa entrare nella “lista nera” dell’Occidente significava, nel migliore dei casi, l’isolamento internazionale, nel peggiore la perdita del potere e magari anche la morte: Slobodan Milošević e Saddam Hussein docent. Oggi i rapporti di forza stanno mutando e la sorte di al-Bashir lo dimostra: non solo egli, ad un anno di distanza, è ancora saldamente al potere, ma il mandato d’arresto della CPI è stato rifiutato ed ufficialmente condannato dalla Cina, dalla Russia, dagli altri 51 Stati membri dell’Unione Africana, dai 22 paesi della Lega Araba, dai 57 dell’Organizzazione della Conferenza Islamica e dai 118 del Movimento dei Non-Allineati. Praticamente tutto il mondo, eccetto l‘Europa ed i paesi anglosassoni, si sono schierati dalla parte di Omar al-Bashir.

All’inizio di quest’anno al-Bashir si è riappacificato col suo omologo del Ciad Idriss Deby e, non a caso, poco dopo è stata conclusa una tregua tra Khartoum ed i ribelli del Darfur. Il piano di destabilizzazione del Sudan potrebbe essere fallito.

Joseph Kabila, primo presidente democraticamente eletto in Congo (paese ricchissimo di minerali, tra cui il coltan essenziale per i prodotti d’alta tecnologia), stava invece negoziando con la Cina un mega-accordo commerciale dal valore di 9 miliardi di dollari quando, nel settembre 2008, la provincia congolese del Kivu – uno dei maggiori centri minerari mondiali – si è trovata sotto attacco da parte dei ribelli tutsi di Laurent Nkunda, sostenuto dal presidente ruandese, anch’egli tutsi, Paul Kagame.

Il filo-atlantico Kagame si è formato presso lo US Army Command – General Staff College di Fort Leavenworth, in Kansas. Nkunda e stato al suo servizio durante la guerra civile ruandese e dal 2004 è in lotta con Kinshasa; nel gennaio 2008 si era trovato un accordo per il cessateil- fuoco, bruscamente violato in autunno. Non sorprende che a fianco del Congo si siano schierati l’Angola – primo fornitore africano di petrolio alla Cina – e lo Zimbabwe, il cui presidente Robert Mugabe è fortemente inviso all’Occidente.

Nel 2009 Kagame ha cominciato a mostrare dei ripensamenti, accusando l’Occidente di depredare l’Africa ed elogiando i Cinesi. Ha stretto un accordo con Kabila e Nkunda è stato arrestato in territorio ruandese. Il futuro ci dirà se gli africani sceglieranno – o saranno costretti a scegliere – gl’investimenti cinesi o le armi statunitensi (gli USA vendono nel continente armamenti per il valore di circa 25 miliardi di dollari; Pechino per meno di un miliardo e mezzo).

Resta il fatto che il petrolio acquistato in Africa (e nel Vicino Oriente) deve raggiungere senza intoppi lo Zhōngguó (nome mandarino della Cina). Se dall’Iran e dall’Asia Centrale puo arrivare tramite le condotte di terra, dal Golfo e dall’Africa viene imbarcato sulle petroliere e raggiunge via mare il paese orientale. Ciò pone una grande sfida strategica a Pechino: riuscire a rendere il piu possibile sicure queste rotte marittime, ed in particolare evitare che possano essere alla merce di qualche altra potenza (leggasi ovviamente gli USA).

I Cinesi hanno percio messo in campo la strategia del “filo di perle”: una sequenza lineare di infrastrutture navali e militari che dal Mar Cinese Meridionale arriva in Africa, passando per Cambogia, Thailandia, Myanmar, Bangladesh e Pakistan. La presenza militare sull’Isola di Hainan, nel cuore del Mar Cinese Meridionale, è stata rafforzata. Più a sud, al largo della costa vietnamita, si trova la piccola isola di Yongxing Dao: è priva di popolazione, ma vi sono stati costruiti un porto ed una pista d’atterraggio d’oltre due chilometri. Il collegamento tra il Mar Cinese Meridionale e l’Oceano Indiano è garantito dall’angusto Stretto di Malacca: un passaggio più a sud allungherebbe non di poco il tragitto, e costringerebbe comunque ad affidarsi ad altre strettoie tra le isole indonesiane, ossia gli stretti di Lombok, Makassar e Sibutu, già utilizzati dalle navi più pesanti che non possono transitare per Malacca (le acque dello stretto sono profonde 25 metri, insufficienti per le petroliere piu grandi).

La maggior parte delle navi commerciali – decine di migliaia l’anno – attraversa, comunque, gli 850 km dello Stretto di Malacca, il cui punto più angusto tra la costa di Sumatra e quella della Malesia misura appena 2,5 km. Un quarto del commercio mondiale passa per questa strettoia, rendendola uno dei punti di maggiore importanza strategica del globo. Ma anche uno dei più critici. Non a caso fin dal 1990 gli Stati Uniti hanno stretto degli accordi militari con la Repubblica di Singapore per l’impiego del suo porto e dei suoi aeroporti utilizzati dalle forze nordamericane per il controllo strategico dello Stretto. Per tali ragioni la Cina sta cercando delle alternative. Pechino ha offerto alla Thailandia di finanziare il taglio dell’Istmo di Kra, il lembo di terra che collega l’Indocina alla penisola malesiana: nel punto più stretto misura appena 44 km. In alternativa al canale, si è pensato alla costruzione di un oleodotto, che permetterebbe almeno al petrolio di evitare la strettoia di Malacca. Anche il Myanmar si e candidato ad ospitare un oleodotto, che avrebbe il vantaggio di condurre direttamente in Cina. Pechino ha ottimi rapporti con la giunta militare al potere nell’ex Birmania, dove ha costruito un’altra “perla”, il porto della citta di Sittwe che, assieme a quello di Chittagong in Bangladesh – anche questo oggetto d’investimenti cinesi – rappresenta un’ottima finestra da cui proiettarsi nel Golfo del Bengala.

Il passaggio al Mare Arabico è dominato dall’isola di Ceylon: Pechino si è affrettata a stringere rapporti amichevoli pure con lo Sri Lanka ed anche qui sta costruendo un porto, a Hambantota, dove secondo alcune voci – subito smentite – potrebbe installarsi una base militare cinese. Un grande e moderno porto è stato costruito con denaro cinese anche in Pakistan a Gwadar, non lontano dallo Stretto di Hormuz, canale d’accesso al Golfo Persico. L’estremità occidentale del filo di perle si trova ovviamente in Africa: Port Sudan e, in Kenya, Lamu.

Gli Stati Uniti d’America si trovano di fronte ad un bivio: cercare di cooptare la Cina nel proprio sistema egemonico – magari anche con l’istituzione di un “G2” ufficioso, di cui si fa un gran parlare da qualche mese a questa parte – col rischio, pero, che “l’alleato” cinese li scalzi pacificamente dalla posizione di supremazia mondiale; oppure affrontare preventivamente la minaccia strategica e cercare di “contenere” la potenza di Pechino.

Durante la Guerra Fredda per Nixon fu facile scegliere: allora la minaccia alla supremazia statunitense era rappresentata dall’URSS, e sottrarre la Cina a Mosca costituiva una mossa geopolitica di grande valore, forse determinante. Oggi, però, è la Cina stessa ad essere spesso individuata quale principale competitore di Washington. Alcuni, come Brzezinski, rimangono concentrati sulle minacce provenienti dal Heartland e sognano di fare della Cina una “Europa d’Oriente”: una docile testa di ponte sul continente. Altri hanno proposto una versione ibrida, il cosiddetto congagement: mantenere buoni rapporti con la Cina coinvolgendola nel sistema internazionale a guida statunitense (engagement), ma nel contempo frenarne l’ascesa (containment). Anche se il congagement puo sintetizzare la strategia scelta da Washington nell’ultimo decennio, man mano che cresce la potenza della Cina gli USA virano sempre più decisamente verso una pura e semplice riedizione del containment.

Il contenimento della Cina dovrebbe avvenire attraverso due “cani da guardia” posti al suo fianco: l’India e il Giappone. Presi singolarmente, entrambi sono più deboli del colosso cinese: Nuova Delhi è una potenza emergente, ma che ancora guarda da lontano e con invidia alla travolgente ascesa di Pechino; Tokio è invece una realtà affermata da tempo, ma che da decenni patisce una cronica stagnazione. La Cina è nel pieno del suo vigore, l’India è ancora un giovane virgulto, mentre il Giappone è un maturo signore che comincia a sentire il peso degli anni. Il piano degli USA è quello d’unire India e Giappone perché, messi assieme, possano controbilanciare la Cina nell’Asia Orientale e Meridionale.

Il grosso problema di Washington, però, è che la sua capacita di persuasione, quando non puo ricorrere alla forza, si è oramai notevolmente affievolita. Davvero Nuova Delhi e Tokio sono disposti a ricoprire il ruolo che Washington vorrebbe affibbiare loro, oppure preferiranno unirsi a Pechino per creare una “sfera di co-prosperita” asiatica?

Nuova Delhi segue una politica ambivalente: si è riappacificata con la Cina, ma continua a flirtare con l’America. Proprio questa sua ambiguità di fondo fa dubitare che sarà mai disposta alla chiara e rischiosa scelta di campo che la Casa Bianca si aspetta da lei. Ma il vero choc per gli statunitensi è l’allontanamento del vecchio alleato nipponico, su cui fino a pochi anni fa credevano di poter contare incondizionatamente.

Nell’agosto 2009, dopo cinquantaquattro anni di potere quasi incontrastato, il Partito Liberal-Democratico nipponico è stato scalzato dal governo. Dopo pochi anni dall’addio di Junichiro Koizumi, forse il primo ministro piu filo-americano della storia giapponese, il potere è passato nelle mani di Yukio Hatoyama, deciso a rendere il paese piu indipendente dagli USA ed a riappacificarsi definitivamente con Pechino nell’ottica di un’associazione regionale dei paesi dell’Asia Orientale. Si ricordi come Brzezinski indicasse, tra le eventualità che avrebbero minato l’egemonia statunitense sull’Eurasia e dunque sul mondo, anche quella di un’alleanza tra Cina e Giappone. E’ ancora troppo presto per usare un termine impegnativo come “alleanza”, essendo appena cominciato un processo di distensione e riavvicinamento dopo le tensioni degli ultimi anni, culmine di un’inimicizia storica che si trascina ormai da lunghissimo tempo. Tuttavia, con Hatoyama si apre quest’opportunita che, con Koizumi ed Abe, non poteva neppure ipotizzarsi.

L’avvicinamento politico tra i due paesi non farebbe altro che seguire il cammino già tracciato dall’economia. Il Giappone esporta in Cina quasi quanto negli USA (16% contro 17,8%), e la tendenza suggerisce un prossimo sorpasso; inoltre i nipponici traggono dal dirimpettaio continentale un quinto delle proprie importazioni, ben più che dall’altra parte del Pacifico (un decimo è la quota degli USA).

Se l’Inghilterra ha potuto integrarsi nell’Unione Europea, il Giappone potrà fare lo stesso con la Cina. La differenza assai significativa è che Londra nell’UE può fungere da “cavallo di Troia” della talassocrazia (l’espressione è del generale Charles De Gaulle); Tokio in un eventuale asse con Pechino farebbe i propri interessi, integrandosi in maniera costruttiva e non distruttiva nel Rimland continentale. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Cina rappresentò per il Giappone ciò che l’URSS fu per la Germania: un sogno imperiale tramutatosi in incubo geopolitico, decisivo per la definitiva vittoria della talassocrazia. I due assi Berlino-Mosca e Tokio-Pechino, se si dovessero realmente realizzare, cambierebbero le carte in tavola, ma solo se non si troveranno ad opporsi ed ostacolarsi tra loro.

Riuscirà decisivo il ruolo della Russia, che dovrà essere in grado di porsi come “ponte” eurasiatico, stimolando la solidarieta continentale anziche le rivalità intestine.

Il destino e la geografia hanno deciso che solo Mosca possa svolgere questo compito fondamentale.

 

* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (2010) e co-autore con Pietro Longo di Capire le rivolte arabe (2011).
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