Nel 2014 Dick Cheney in un duro editoriale sul “Wall Street Journal” aveva parlato apertamente di “collasso” della “Obama doctrine”, bocciando in toto la strategia in materia di politica estera del presidente in carica.[1] L’avvento della presidenza di Barack Obama cinque anni prima era stato salutato negli USA e nel mondo con toni messianici, come l’inizio di un’epoca d’oro di pace, stabilità, di rinascimento dei diritti umani e civili, ripresa economica e rilancio dell’immagine degli Stati Uniti nel mondo. A distanza di otto anni dall’elezione del primo presidente afroamericano e dopo due mandati presidenziali consecutivi, si può dire che Obama ha deluso quasi tutte le attese di miglioramento della situazione, tanto sul fronte estero, quanto su quello interno (sebbene sul piano economico il giudizio possa essere più indulgente), lasciando in eredità un mondo molto meno sicuro e prospero, specie in Occidente, di quello che aveva ricevuto in eredità da G. W. Bush. Il primato statunitense nel globo, sempre più messo in discussione da più parti a livello internazionale, lascia spazio all’incertezza ed all’instabilità.

Da più parti si sono levate voci che hanno accusato la presidenza Obama di essere stata la peggiore dai tempi di Carter e Nixon. Per altri pare si sia trattato anche della peggiore di sempre.[2] Anche volendo dare un giudizio benevolo sull’accordo nucleare iraniano (a lungo dibattuto e su cui si è posta la parola fine a inizio di quest’anno) e sul ripristino delle relazioni con Cuba (dove Obama si è recato in visita, primo presidente americano in novanta anni) il cui cinquantennale embargo è ben lungi dall’essere superato, dovendo ancora Capitol Hill pronunciarsi in via definitiva, l’operato complessivo di Obama non ha meritato particolari elogi. La sua presidenza, segnata da incertezze e dalla condizione di “anatra zoppa”, di cui ha patito nel suo secondo mandato (a parte la breve parentesi del biennio 2009-2010), si è distinta per le rivalità interne all’amministrazione, non solo tra i partiti democratico e repubblicano (quest’ultimo fortemente scosso dal fenomeno Donald Trump), ma anche tra le istituzioni del paese (esercito e politica, agenzie ed enti federali ed esercito e viceversa), nonché per una confusa agenda politica, mai chiaramente definita e indubbiamente influenzata dalla mancanza di una solida maggioranza al Congresso.

La contraddizione più stridente ha riguardato il mancato rispetto della promessa di una nuova apertura verso il Vicino Oriente, l’Africa e l’Asia, che Obama si appresta a lasciare al successore in uno stato di decisa chiusura nei confronti di Washington. Per quanto riguarda l’Africa nel suo complesso, le aspettative di un interessamento maggiore per le sorti del continente sono state disattese, lasciando il campo all’attivismo sempre crescente di Pechino. La politica estera obamiana, ben lontana dal raggiungimento di un “nuovbo ordine mondiale”, lascia in eredità un mondo su cui gli USA esercitano sempre meno influenza, tanto sul piano politico quanto su quello militare, e sul quale la superpotenza “solitaria” protagonista della breve fase unipolare non sembra avere più presa.

La ritirata dagli scenari bellici o la riluttanza all’impegno sul terreno volute da Obama, seppur operate inizialmente per porre fine ad un interventismo aggressivo e con lo scopo di cedere agli alleati la responsabilità della gestione degli scenari strategici, hanno lasciato spazio all’instabilità ed alla penetrazione del terrorismo, favorendo il ricorso alle guerre per procura da parte di alleati inaffidabili (vedi Siria e Libia). La critica mossa da Cheney era rivolta proprio alla scelta del disimpegno e della strategia obamiana di “leading from behind”, indicata come responsabile dell’avanzamento della minaccia terroristica nel Vicino Oriente, della perdita di influenza sugli alleati e del dileguare del prestigio degli Stati Uniti nel mondo.

Vicino Oriente e Nordafrica

Il fallimento della politica estera statunitense è stato particolarmente evidente nel Vicino Oriente, dove Obama si era proposto (discorso al Cairo del 2009) una nuova apertura verso l’intero mondo arabo, la quale invece si è risolta in un (dis)impegno progressivo e in un “caos” che non hanno lasciato alcuna residua influenza su quella porzione di mondo, a dispetto dell’impegno profuso.[3]

Se tuttavia l’accordo con Teheran sul rinvio della creazione dell’arsenale atomico, i cui termini hanno scontentato nettamente Israele, Arabia Saudita e una buona porzione del Congresso, può considerarsi positivo, in Iraq e in Siria, come in Libia, l’intervento statunitense ed europeo ha avuto conseguenze disastrose, provocando guerre e distruzione, non solo per quei paesi, ma anche per l’intera Europa, poiché ha causato un flusso migratorio incontrollato, foriero di crisi e rivalità tra i diversi paesi europei. Peraltro un mea culpa sulla Libia è giunto recentemente dallo stesso Obama, il quale su “Fox News” ha ammesso errori nella gestione del “day after” seguito all’intervento.[4]

Il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq deciso nel 2011, facendo seguito al proclama obamiano della “ritirata strategica” (ovvero il disimpegno progressivo dagli scenari di guerra), lasciò un vuoto improvviso nella regione, determinando il dilagare del fondamentalismo armato. La debolezza dell’esercito iracheno, lasciato solo di fronte al terrorismo, ha consentito l’instaurazione del sedicente califfato sunnita dell’Isis (tutto fuorché un effimero “fuoco di paglia”) e il disordine che ne è seguito. Agli errori si sono susseguite minacce non conseguenti (che hanno segnato una perdita secca di credibilità per gli USA) quando Obama, dopo aver minacciato un intervento militare in Siria, ha operato un clamoroso dietrofront ed ha accolto la proposta di Putin di soprassedere in cambio dello smantellamento dell’arsenale chimico del regime. Il risultato finale è stato che la Casa Bianca ha subito un pesante smacco mediatico, lasciando la scena alla Russia di Putin, la quale ha trasformato la Siria in un palcoscenico per il proprio protagonismo, oltre che in un vasto scenario in cui mettere alla prova la propria temibile macchina bellica.[5]

Terrorismo

Sul fronte del terrorismo gihadista, il fenomeno si è decisamente incancrenito. Esso è divenuto, come dimostrato dall’Isis, sempre più radicalizzato e pericoloso, oltre che per la prima volta territorializzato. In Afghanistan, dopo 15 anni di tentativi occidentali volti ufficialmente ad estirpare il terrorismo e le centrali di Al-Qaeda, il rischio è quello di un ritorno al potere dei talebani. La Siria è invece il caso più clamoroso del fallimento dell’amministrazione Obama sul fronte del terrorismo. Dopo cinque anni di guerra civile, non solo non ha avuto luogo il regime change che era nei piani dell’amministrazione Obama, ma la Siria  da paria internazionale si è trasformata in un attore fondamentale nello scenario del Vicino Oriente.

L’iniziale riluttanza di Obama a mettere “gli scarponi sul terreno” ha permesso al sedicente “Stato Islamico” di dilagare tra la Siria e l’Iraq, consolidandosi al punto che si è reso necessario l’intervento di altre potenze, tra cui la Russia. Su questo punto il bilancio degli USA nella proclamata “guerra al terrore” non può che essere negativo. D’altronde un loro intervento di terra avrebbe avuto come obiettivo più il rovesciamento di Assad che non la fine dell’Isis. Sotto questo profilo la “prudenza” di Obama ha evitato agli USA il coinvolgimento in un altro conflitto.

“Primavere arabe” e diritti umani

L’abilità nello sfruttare le sollevazioni popolari in Nordafrica e nel Vicino Oriente, se ha consentito di ridisegnare la mappa della cintura dei paesi arabi mediterranei, non ha recato però grandi benefici né a quei paesi, né all’Europa. Ben lungi dal portare pace e democrazia, ha solo generato caos e instabilità, fatta eccezione per l’Egitto, dove la sollevazione popolare è riuscita ad abbattere il regime dei Fratelli Musulmani di Morsi (sostenuto dalla Casa Bianca), ripristinando il vuoto lasciato da Mubarak.

Non depongono certo a favore della causa dei diritti umani, tanto difesa dai presidenti statunitensi, né la mancata chiusura di Guantanamo né la “kill list” (il programma di eliminazione segreta ed extragiudiziaria dei nemici), né la dottrina Obama sull’uso chirurgico dei droni, spesso foriero di vittime civili e conseguenze collaterali. Lo scandalo sull’operato dell’NSA (National Security Agency), noto come Datagate, ha rivelato il livello spaventoso di invadenza nella sfera privata degli americani da parte dell’agenzia di spionaggio interno, nonché in quella degli stessi alleati europei (tra gli spiati vi sono anche i capi di governo europei). Obama vi ha dovuto far fronte con una legge di riforma del sistema di intercettazioni, la quale, senza rimuovere la prerogativa del governo di spiare i cittadini, sostituisce in parte il Patriot Act del 2001 introducendo limitazioni alla violazione della riservatezza personale.

Asia e Europa

Obama ha fallito anche sul fronte asiatico. La sua amministrazione ha deciso il trasferimento del cardine della politica estera americana dall’Atlantico al Pacifico (Pivot to Asia), ricorrendo al consolidamento dell’apparato militare nell’area (tramite lo United States Pacific Command) e la conclusione in materia economica di un accordo di libero scambio tra i principali paesi rivieraschi del Pacifico (Trans Pacific Partnership) in funzione anticinese. Il rafforzamento del containment ai danni della Cina, passato poi sotto il nome di “ribilanciamento nell’Asia-Pacifico”, ha esasperato le tensioni militari e diplomatiche nell’area. E’ stato così incoraggiato così l’attivismo militare di Pechino (e non solo) nel Mar Cinese Meridionale, dove non sono assenti le provocazioni degli USA. [6]

Il fallimento di questa strategia sul fronte asiatico si è saldato nel frattempo col fallimento sul versante europeo, dove la crisi dell’Europa, tanto sotto il profilo economico, quanto su quello politico e militare, non ha fatto che peggiorare. La costrizione cui è stata sottoposta l’Europa perché approvasse a proprio danno le sanzioni contro la Russia ha determinato una frattura profonda tra paesi filo-USA e paesi filo-Mosca, inducendo la Russia a stringere un solido partenariato con Pechino, potenzialmente in grado di rovesciare il primato di Washington. Obama ha dato avvio così ad una nuova guerra fredda, portando alla peggiore crisi dei rapporti tra Russia e Stati Uniti da vent’anni a questa parte.

Globalizzazione

Persino la globalizzazione promossa da Washington sembra essere stata messa in discussione sotto Obama. In campagna elettorale Trump ha interpretato i sentimenti di malcontento nei confronti degli accordi di libero scambio sottoscritti con il Messico (NAFTA) e in corso di approvazione con i paesi transpacifici (TPP). Proprio il TPP, che rafforza il containment economico verso la Cina, sembra essere stato già archiviato, mentre è stato abbandonato nei mesi scorsi anche il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), l’area di libero scambio tra l’Europa e gli USA, anche se quest’ultimo, uscito dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra attraverso il CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement), l’accordo di libero scambio approvato di recente tra Europa e Canada.[7] I due accordi servivano a legare Europa ed Estremo Oriente ai destini di Washington, rispettivamente in funzione antirussa e anticinese. Come risultato dell’abbandono del TPP, la Cina si è attivata per rilanciare un “partenariato economico regionale”, alternativa cinese all’area doganale degli USA tra i paesi asiatici.

Conclusioni

Il colpo più grave subito negli otto anni di Obama è stato certamente il declassamento degli USA da “nazione indispensabile” a paese costretto a misurarsi, volente o nolente, su un piano multilaterale con altre nazioni di pari rango; non più unica superpotenza globale. Il primato degli USA, divenuti ormai un attore tra gli altri nel quadro delle potenze mondiali, è sembrato svanire “dietro le quinte” di un ordine multipolare.[8] Lo si è visto di recente quando gli USA sono stati sfidati apertamente dalla Turchia di Erdogan, in occasione del tentato golpe, e dalle Filippine di Duterte, il quale, annunciando la rottura del matrimonio con Washington, ha inaugurato una nuova era di relazioni cordiali e pacifiche con Pechino. Il “momento unipolare”, ormai esaurito, lascia spazio agli attori internazionali emergenti, affermatisi come protagonisti in seguito alla decolonizzazione ed all’esaurimento del dominio coloniale europeo.

Se l’atteggiamento di Obama nei confronti dell’Iran ha consentito il raggiungimento dell’accordo nucleare (che dovrebbe essere rimesso in causa da Trump), esso non ha affatto intaccato l’alleanza strategica con le petromonarchie del Golfo e soprattutto con Riad, con cui Washington ha condotto una guerra di aggressione contro lo Yemen. Le stesse tensioni con Israele sulla questione palestinese non hanno prodotto nulla di positivo.

Se l’abbandono del TTIP e l’atteggiamento di Trump verso l’Europa non giovano all’unità transatlantica, neppure la retorica del neopresidente nei riguardi della NATO sembra aiutare molto tale unità. Che il progetto di portare fino alle porte della Russia i confini della NATO rappresenti il canto del cigno dell’Alleanza Atlantica? Di certo il neoisolazionismo promosso da Trump sembra evocare quello degli anni Venti e Trenta del secolo scorso e stride profondamente con la vocazione internazionalistica liberale che ha ispirato gli USA dalla fine della seconda guerra mondiale.[9] Il punto sarà verificare quanto tale “isolazionismo” vorrà significare una fine delle ingerenze negli affari degli altri paesi o se l’isolazionismo (economico? o anche militare?) predicato da Trump non sarà una riedizione con modalità diverse del protagonismo muscolare degli USA che da sempre conosciamo. Anche se la storia insegna che i campioni dell’interventismo statunitense sono stati i democratici (tradizione consolidata dalla stessa presidenza Obama), non è detto che sotto la presidenza repubblicana di Trump si assista al ripiegamento della potenza statunitense su se stessa. Si vedrà se egli proporrà un vero isolazionismo o se opererà sulla scia dell’ultimo dei suoi predecessori repubblicani.

Note

[1]Priscilla Inzerilli, Gli errori di Obama in Libia e Iraq, LookOut News, 9 maggio 2016 http://www.lookoutnews.it/obama-errori-iraq-libia/#.VzcI02vba7U.twitter  Cfr. Dick Cheney, Liz Cheney, The Collapsing Obama Doctrine, The Wall Street Journal, June 17, 2014 http://www.wsj.com/articles/dick-cheney-and-liz-cheney-the-collapsing-obama-doctrine-1403046522   e si veda l’intervista di Jeffrey Goldberg, The Obama doctrine, The Atlantic, April 2016 issue http://www.theatlantic.com/magazine/archive/2016/04/the-obama-doctrine/471525/

[2]http://www.zerohedge.com/news/2016-05-17/obama-has-been-war-longer-any-other-president-history

[3]http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/esteri/obama-presidenza-8/discorso-cairo/discorso-cairo.html

[4]Libia: il mea culpa tardivo di Obama, LookOut News , 12 aprile 2016, http://www.lookoutnews.it/libia-obama-ammette-fallimento/

[5]Livio Caputo, Il fallimento di Obama, comandante riluttante, Il Giornale, 31 dicembre 2015, http://www.ilgiornale.it/news/politica/fallimento-obama-comandante-riluttante-1209031.html

[6]http://foreignpolicy.com/2011/10/11/americas-pacific-century/

[7]http://www.ilsole24ore.com/art/mondo/2016-11-13/il-futuro-incerto-commercio-mondiale-104702.shtml?uuid=ADgavVuB

[8]Mattia Ferraresi, Barack Obama, il peggiore. Ha dato ai suoi fan tutto quello che volevano, eppure l’America lo disprezza. Ecco perché, Tempi, 19 luglio 2014, http://www.tempi.it/obama-il-peggiore-ha-dato-ai-suoi-fan-tutto-quello-che-volevano-eppure-l-america-lo-disprezza-ecco-perche#.Vzg8HeRi-W4

[9]http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-11-13/l-america-isolazionista-e-europa-senza-politica-101106.shtml?uuid=ADXDKWuB

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Domenico Caldaralo
Laureato in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Bari "Aldo Moro" con una tesi sull'integrazione europea nel contesto della decolonizzazione, dopo avere svolto un tirocinio con "Eurasia" ha continuato ad occuparsi di geopolitica e politica internazionale.