‘Invasione’ francese e debolezza italiana

La scalata di Parmalat ad opera della società francese Lactalis ha avuto un punto di svolta decisiva il 26 Aprile scorso, con la diffusione del comunicato di lancio di offerta pubblica di acquisto totalitaria sulle azioni del gruppo di Collecchio. Nelle settimane precedenti si era visto il progressivo emergere della presenza francese nell’azionariato Parmalat a partire da una quota dell’11,4% di titoli, aumentata progressivamente mediante contratti di equity swap stipulati con Société Générale. Il 22 Marzo, Lactalis stipula un contratto di compravendita delle partecipazioni azionarie dei tre fondi stranieri in Parmalat Zenit Asset Management Ab, Skagen As e Mackenzie Financial Corporation, legati da un patto parasociale e di fatto, fino a quel momento, inquadrabili come la principale fonte di preoccupazione ‘straniera’ per il gruppo Parmalat. Fra partecipazioni dirette ed indirette – queste ultime ancora mediante contratti di equity swap stipulati con Société Générale ed anche con Crédit Agricole e Corporate and Investment Bank – Lactalis arriva a detenere quasi il 29% delle partecipazioni societarie. Il percorso compiuto non è esente da punti oscuri ed è anche oggetto di indagine da parte della magistratura per aggiotaggio ed insider trading nella fase di acquisizione dei tre fondi di investimento stranieri.

Si è visto in ogni caso come settori fondamentali del cosiddetto sistema Paese, a partire dai vertici politici, abbiano sin da subito espresso sulla vicenda delle perplessità, accompagnate dalla volontà di creare una cordata italiana di reazione. Al riguardo si è passati dalle timide e prudenti dichiarazioni possibiliste degli esponenti dell’industria e della finanza, al netto “Parmalat non va ai francesi” del ministro Bossi. La stessa volontà di intervento del governo sulla questione è stata ampiamente criticata da istituzioni pubbliche (specialmente a livello comunitario) e da media non solo internazionali, ma anche nostrani, con la dichiarata preoccupazione di veder sfalsato il gioco della libera concorrenza mediante distorsive misure protezionistiche.
Prescindendo dal giudizio di legittimità dell’intervento governativo sulla questione, e limitandosi invece a valutarne l’efficacia, non si può che trarne conclusioni negative. Grandi aspettative da un lato e grandi timori dall’altro aveva provocato la dichiarata volontà del governo, mediante Tremonti, di intervenire sull’affaire Parmalat. La cosa sembrava acquisire particolare serietà, tanto più che all’indomani di simili prese di posizione, in data 18 Marzo, era stato appositamente convocato l’ambasciatore francese a Palazzo Chigi. Pochi giorni dopo, il 23 Marzo, il Consiglio dei ministri approvava il testo del cosiddetto decreto anti-scalate, nel quale ci si limitava a consentire lo slittamento dei termini per la convocazione dell’assemblea annuale in favore di società quotate italiane – anche se non previsto dallo statuto societario delle stesse – così creando una diluizione temporale atta a favorire le condizioni per la nascita di una cordata italiana in Parmalat. E’ seguita ad Aprile un’altra iniziativa governativa, sempre guidata dal ministro Tremonti e finalizzata a recepire i contenuti di fondo del decreto francese 1739 del 30 Dicembre 2005, il quale prevede infatti apposita autorizzazione del Ministero dell’Economia francese per la penetrazione di investimenti stranieri in determinati settori strategici predefiniti. Il decreto italiano ha posto le basi per la modifica dello statuto della Cassa Depositi e Prestiti, consentendo alla stessa di assumere partecipazioni in società di rilevante interesse nazionale che possiedano i requisiti da definirsi con decreto del ministro dell’Economia. Sta di fatto che le due iniziative governative sono state di lì a poco neutralizzate proprio dal lancio dell’opa su Parmalat, e lo stesso progetto di cordata nostrana parrebbe aver trovato, nella radicale contromossa di Lactalis, la conferma della sua irrealizzabilità. Anche le recentissime modifiche introdotte al Regolamento Emittenti della Consob, tese ad agevolare l’affermazione sul mercato di controfferte di risposta ad opa, non sembra potranno affatto giovare all’affermarsi di un’alternativa ‘nazionale’ di cui mancano presupposti concreti. In questa dimostrazione di debolezza dei vertici politici ed economico-finanziari del nostro Paese, ben scarsa consolazione può trarsi dall’apprezzamento di Tremonti per lo stesso lancio francese dell’opa, nel quale il governo avrebbe avuto il merito di trasformare “un’operazione con forte carattere di singolarità in operazione di mercato”.
Gli effetti destabilizzanti della scalata in corso sono molteplici. La società Parmalat, con la gestione Bondi, ha infatti accumulato un ‘tesoretto’ di circa € 1,4 miliardi, che rischia di essere seriamente intaccato dalla società francese al fine di rifinanziare i propri ingenti debiti preesistenti nonché quelli sorti a seguito del lancio di opa. E’ poi superfluo segnalare come il settore lattiero-caseario, di cui la società di Collecchio costituisce uno dei principali esponenti nazionali, sia ancora di grande rilevanza nell’economia del Paese e non è un caso che la scalata francese sia stata male accolta dagli impiegati italiani nel settore. Ben scarsa garanzia possono dare infine le dichiarazioni espresse dal gruppo Lactalis nel prospetto depositato alla Consob, dove si dichiara di “non avere intenzione al momento” di mettere in discussione la sede italiana della società e l’organizzazione del personale (la tutela dei posti di lavoro). Simili dichiarazioni non presentano alcuna caratteristica della cogenza giuridica e quindi non impegnano seriamente la società a rispettarne il contenuto.

Il caso tratteggiato sopra non è isolato e si colloca in un contesto in cui l’Italia emerge come attore estremamente debole in questioni cruciali sia di politica estera, sia di garanzia di autonomia di sviluppo e stabilità della propria struttura economica. Esempio evidente e recente del primo tipo è dato dalla guerra in Libia. Curiosamente, le fasi cruciali della definizione dell’intervento bellico hanno avuto luogo contemporaneamente al delinearsi del ‘pericolo’ Lactalis, presentando anche diverse analogie con il caso appena visto. Anche sulla questione libica la Francia sembrava assumere – almeno all’inizio – un ruolo di primo piano (si è però visto sin da subito che la leadership USA nella gestione delle operazioni di offensiva aerea non pare esser messa in discussione) ed anche qui il Governo, nonostante un atteggiamento estremamente ondivago, sembrava voler portare avanti una strategia almeno in parte discontinua rispetto a quella del nuovo asse USA-Francia-Regno Unito. Tuttavia, dopo forti dibattiti interni e colorite dichiarazioni in seno alla maggioranza di governo, anche su questo fronte l’Italia ha finito per avallare senza grandi punti di rottura un conflitto disastroso per i suoi interessi. Al riguardo, si è giustamente parlato anche di guerra della Total francese contro l’Eni, quest’ultima inserita ottimamente nella Libia prebellica assieme a numerose altre aziende italiane. La forza politica della maggioranza più recalcitrante verso l’offensiva bellica è stata la Lega; a dure dichiarazioni pubbliche ha fatto seguito una mozione parlamentare sul conflitto, la quale però – nella versione finale approvata alla Camera – non parrebbe costituire molto di più che una blanda dichiarazione di princìpi, priva di effettività.

Fra le questioni legate invece alla difesa ‘interna’ di settori economici rilevanti o finanche strategici, si possono fare diversi esempi, che rendono l’idea di come Parmalat non sia un caso isolato.
In un settore sicuramente strategico come quello dell’energia, si è parlato infatti di moral suasion del Governo tesa a non squilibrare la ridefinizione della governance della società Edison, nel cui azionariato i francesi di Edf sono massicciamente presenti; parimenti, preoccupazione governativa si era manifestata nel procedere della trattativa Ligresti – Groupama, che pare ora essersi interrotta.
Altri simili esempi di acquisizioni e penetrazioni rilevanti potrebbero farsi (il noto caso nel settore del lusso di acquisizione di Bulgari o l’affermazione dominante di grandi catene di distribuzione d’Oltralpe); in conclusione, non si vogliono portare simili esempi al fine di stigmatizzare ogni forma di investimento dall’estero, men che meno francese, nel Paese. In un mondo ‘globalizzato’ non può ovviamente prescindersi da un massiccio flusso internazionale di capitali e da investimenti esteri spesso effettivamente in grado di conferire vitalità ai settori economico-produttivi del Paese. E tuttavia, l’affermarsi netto della presenza francese in settori rilevanti o finanche strategici del nostro Paese in questa fase rappresenta una valida cartina di tornasole dell’estrema difficoltà del sistema complessivo a creare le condizioni per un’autonoma affermazione in settori importanti dell’economia, atta anche a bloccare l’intromissione di investimenti esteri non in armonia con lo sviluppo interno o comunque a ricevere idonee garanzie dagli investitori stranieri. Sicuramente in questo, la ‘debolezza’ interna è accentuata dai vincoli internazionali, soprattutto comunitari.
In ogni caso, lo stesso promuovere a parole cordate italiane non ha portato sinora a buoni risultati. Precedentemente al caso Parmalat si era infatti parlato di cordata italiana a proposito di Alitalia. Nonostante la sofferta costituzione di un gruppo di volenterosi finalizzato a difendere la ‘compagnia di bandiera’, oggi Air France detiene comunque il 25% della compagnia aerea italiana e tale partecipazione potrebbe crescere ancora, anche in virtù della scadenza a breve del divieto di cessione a stranieri dei titoli facenti capo alla cordata.

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