I primi mesi del 2011 hanno visto l’esplodere di quella che è stata definita la primavera del mondo arabo. Le rivolte non solo hanno avuto un impatto dal punto di vista interno degli stati, ma anche sul piano internazionale hanno contribuito a modificare l’equilibrio geopolitico fra i diversi attori della regione. Fra i vari stati che hanno subito l’influenza degli sconvolgimenti di governo nel mondo arabo, l’Iran è sicuramente uno dei più citati, secondo forse solo a Israele e Stati Uniti.

L’Iran è stato tra i primi a proclamare il suo supporto alle rivolte in Nord Africa. Mentre Ali Larijani, il portavoce del parlamento, ha descritto i movimenti popolari in Egitto e Tunisia come una scintilla per gli altri movimenti nella regione, e il vice capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha paragonato la rivolta egiziana alla Rivoluzione iraniana del 1979, il Ministro degli esteri Salehi si è spinto fino a consigliare a Hosni Mubarak di ascoltare la voce del popolo e lasciare il governo. Sul fronte religioso invece l’ayatollah Khamenei, durante il sermone del 4 febbraio, ha dichiarato che il risveglio degli egiziani è avvenuto in moschea. L’affermazione è stata altamente criticata sia all’estero sia dagli egiziani stessi, e perfino i Fratelli Musulmani hanno affermato che si tratta di una “rivoluzione popolare” e non di una “rivoluzione islamica”. Anche Moussavi e Karoubi, i leader del movimento verde iraniano, hanno dato la loro chiave di lettura delle proteste e, invece di paragonarle alla rivoluzione del 1979, le hanno viste come un’emanazione della rivolta avvenuta in Iran dopo le elezioni del 2009. Anche questo commento è stato più volte rigettato dai protagonisti delle manifestazioni contemporanee, ed è da leggere più in chiave strumentale, utile a rafforzare il consenso interno, che in termini pratici, cioè diretto a creare un collegamento tra diversi movimenti popolari.

Ma quali influenze hanno questi eventi sull’Iran? Per rispondere a questa domanda, due diversi piani devono essere considerati: il primo riguarda la sfera interna della nazione, nel tentativo di capire se anche Teheran è sotto la minaccia di una rivoluzione, chi sono gli oppositori e contro chi esattamente dirigono la loro insoddisfazione. Il secondo piano concerne invece la sfera internazionale. Come ha risposto la leadership iraniana ai diversi sconvolgimenti che hanno caratterizzato alcuni stati e che vantaggi, se ce ne sono stati, ha tratto dai vari cambiamenti di governo?

Proteste in piazza Azadi

La violenta repressione delle proteste nel 2009, unita alla decisione di cancellare la manifestazione contro il regime prevista per l’anniversario delle elezioni il 10 giugno 2010, avevano fatto pensare che il movimento verde fosse giunto al capolinea.

In origine, il gruppo di opposizione era nato non solamente per denunciare i presunti brogli durante le elezioni, ma si fondava su una dura critica alla corruzione del regime, sulla rottura tra classe dirigente e clero e sull’insoddisfazione per le relazioni estere iraniane, critiche che sono state alla base di tutte le grandi rivoluzioni in Iran, da quella Costituzionale del 1905, a quella di Mossadeq nel 1951-53 fino alla rivoluzione khomeinista del 1979.

Allo scoppiare delle proteste in Egitto, Moussavi e Karoubi, forse sperando di poter approfittare dei riflettori internazionali puntati sulla regione, avevano scritto una lettera chiedendo al governo il permesso di manifestare in piazza per “mostrare solidarietà ai movimenti popolari nella regione e in particolare a chi cerca la libertà in Egitto e Tunisia”, permesso negato dalle autorità. Nonostante il divieto, la protesta organizzata per il 14 febbraio ha comunque avuto luogo in piazza Azadi, scelta non casuale dato che il nome significa libertà, un eco a piazza Tahrir in Egitto. Il numero di manifestanti che vi si è riunito è impossibile da stimare in quanto la polizia ha presto bloccato le strade d’accesso alla piazza e ha provveduto a disperdere coloro che avevano raggiunto la manifestazione. Questa manifestazione non autorizzata ha portato a scontri violenti con le forze dell’ordine, e soprattutto ad alcune vittime, che i manifestanti affermano essere state provocate dalla polizia, ma che secondo le autorità sarebbero state invece uccise da manifestanti armati. In seguito a questi fatti alcuni deputati del parlamento iraniano hanno proposto l’esecuzione di Moussavi e Karoubi, una proposta di punizione esemplare che però non ha avuto seguito. Ali Reza Eshraghi, giornalista iraniano, ha commentato questo primo tentativo di protesta come un esempio della mancanza di scopi chiari del movimento verde. Al contrario della spinta iniziale da cui il movimento aveva avuto origine, adesso l’ambiguità dei suoi obiettivi impedisce la sua trasformazione in movimento di massa: ha presa solo su parte del ceto medio mentre gli abitanti dei quartieri popolari e quelli delle classi agiate non hanno interesse e non sentono coinvolgimento.

Un nuovo fatto complica l’analisi: i manifestanti arrivati in piazza Azadi non erano lì per chiedere un cambiamento all’interno del sistema, come Moussavi predicava da anni, ma hanno rivolto le loro proteste contro il sistema stesso, dirigendo i propri slogan contro la Guida Suprema Khamenei con l’obiettivo di ottenere una democrazia parlamentare e smantellare il supremo comando clericale.

Una seconda manifestazione è stata organizzata per il 20 febbraio e anche in questo caso le forze di sicurezza iraniane sono intervenute per reprimerla sul nascere, utilizzando gas lacrimogeni contro i manifestanti. Secondo testimoni presenti in piazza, il numero delle forze di polizia superava di molto quello dei dimostranti. In questo caso il regime ha reagito bloccando immediatamente i dimostranti, confermando l’opinione che il 14 febbraio avesse volutamente ritardato l’intervento per capire il numero effettivo degli oppositori.

Durante il terzo tentativo di scatenare una protesta di piazza, martedì 2 marzo, sono state arrestate 200 persone, 40 delle quali sono al momento detenute nella città di Isfahan. Secondo la Human Rights House, ufficiali mascherati avevano il compito di perlustrare le strade della capitale e arrestare i sospetti. Quest’ultima protesta non è stata menzionata dai media ufficiali iraniani.

Proprio sulla questione dei diritti umani il 24 marzo l’ONU ha deciso d’intervenire attraverso l’istituzione di un ufficiale che verifichi le violazioni dei diritti umani in Iran. Gli Stati Uniti e la Svezia hanno co-sponsorizzato l’iniziativa e la nomina di un ufficiale controllore è prevista per maggio.

Una minaccia iraniana?

Tra i possibili sviluppi delle rivolte di questi giorni spesso è stato citato lo spostamento dell’equilibrio di potenza nella regione a favore dell’Iran. Molto è stato detto sul pericolo che Teheran possa beneficiare del cambio di regime negli stati arabi, esercitando così un’influenza maggiore in stati come l’Egitto, il Bahrain, lo Yemen e la Siria. Questa valutazione tende a sovrastimare le capacità del paese di sfruttare il soft power a proprio vantaggio, e inoltre ignora due elementi: il primo riguarda le divisioni settarie all’interno dell’Islam, che interessano sia la divisione tra sciiti e sunniti sia le differenze esistenti all’interno dello sciismo. Il secondo elemento riguarda invece i problemi interni che l’Iran a sua volta si trova a dover affrontare.

Il primo punto richiede una premessa di carattere storico. Si tratta della vittoria politica in Iraq della parte sciita della popolazione dopo la guerra che ha portato alla caduta di Saddam. L’ascesa della maggioranza sciita al governo di un paese dell’importanza dell’Iraq ha segnato quello che è stato definito dal re Abdullah II di Giordania come “mezzaluna sciita” e dallo studioso Vali Nasr “risveglio degli sciiti”, con enormi conseguenze per l’Iran. Da una parte è riemersa l’idea di diventare sia guida del mondo islamico che potenza regionale in competizione con l’Arabia Saudita; dall’altra è stato anche un chiaro esempio dei limiti dell’influenza che l’Iran può esercitare nella regione.

In Iraq i vantaggi che l’Iran ha potuto sfruttare per rafforzare la sua influenza erano ampi: non solo ha agito attraverso strumenti tradizionali di hard power come diplomazia e collegamenti militari, fornitura di armi e supporto economico, ma ha anche sfruttato il soft power, vale a dire tutti i collegamenti transazionali con il clero sciita dell’Iraq che hanno fatto della Repubblica Islamica l’interlocutore privilegiato della leadership irachena.

Allo stesso tempo però Teheran ha commesso un errore: nel tentativo di legare indissolubilmente a sé la nuova leadership irachena ha contribuito a frammentare l’unità degli sciiti in Iraq supportando diverse fazioni e armando i gruppi più radicali. Il risultato è stato quello di generare sospetto all’interno del mondo sciita in altre nazioni, conseguenza importante per capire gli sviluppi successivi.

Rivolgendo invece lo sguardo alle proteste contemporanee, la rivoluzione in Egitto fornisce dati importanti sul comportamento iraniano. In primo luogo il governo ha tratto alcuni vantaggi dal cambiamento politico al Cairo: le relazioni diplomatiche tra i due paesi erano state interrotte nel 1979, ma negli ultimi tempi la situazione era peggiorata in seguito alle dichiarazioni di Mubarak, rivelate da Wikileaks, che affermava il suo odio viscerale contro la Repubblica islamica e definiva gli iraniani come un popolo di bugiardi. La temporanea leadership militare egiziana ha mostrato delle aperture nei confronti dell’Iran, prima fra tutti l’importante concessione del passaggio attraverso il Canale di Suez di navi militari il 22 febbraio.

L’intervento iraniano in Bahrain è profondamente diverso. Dopo una fase iniziale caratterizzata dalla mancanza di commenti sulle rivolte, Teheran è entrata nel conflitto dopo l’arrivo delle truppe saudite ed emiratine a Manama il 14 marzo. Questa ingerenza, peraltro solo verbale, negli affari interni dell’isola non è piaciuta al governo del Bahrain, che ha reagito con l’espulsione dell’incaricato d’affari iraniano dallo stato, subito seguita dall’espulsione del diplomatico del Bahrain dalla sede di Teheran. Non ha trovato nemmeno il favore di al-Wifaq, uno dei partiti sciiti promotori della rivolta. Anche in questo caso, nonostante il 70% della popolazione del Bahrain sia composta da sciiti, la rivolta ha caratteristiche più nazionalistiche che religiose.

La situazione in Yemen complica ulteriormente la questione. Nel paese sono contemporaneamente in gioco due diverse forze, una al Nord, dove i ribelli zayditi combattono il governo di Saana dal 2004 e una al Sud, la zona più ricca della regione che ha organizzato un movimento separatista che cerca la secessione dallo stato. In particolare per ciò che concerne la ribellione degli zayditi, si è spesso parlato di guerra per procura tra il baluardo del sunnismo, l’Arabia Saudita, in aiuto del governo yemenita, e l’Iran sciita, in favore degli zayditi, senza però considerare che si tratta di due varianti dello sciismo molto diverse e che l’Iran pare avere interessi molto marginali nello stato. Per un’analisi più dettagliata si rimanda all’articolo pubblicato su Eurasia http://www.eurasia-rivista.org/8709/la-dimensione-geopolitica-della-ribellione-in-yemen

Circolano invece voci discordanti sul comportamento iraniano rispetto alle rivolte in Siria. Secondo fonti americane sembra che l’Iran stia fornendo aiuti materiali al regime siriano per spegnere le proteste. Il portavoce del dipartimento di Stato americano ha dichiarato che l’aiuto consisterebbe nel fornire al regime di al-Assad l’equipaggiamento per monitorare e bloccare email, messaggi e blog. Per Michael Ruben, ex analista del Pentagono specializzato sull’Iran, Teheran starebbe inoltre insegnando a Damasco le tecniche d’ordine pubblico già sperimentare durante le proteste del 2009, come il blocco delle marce e il sistema per identificare e schedare i manifestanti. Il governo iraniano ha fino ad ora rigettato queste accuse definendole una propaganda statunitense, seguito dal governo siriano.

“Le opinioni espresse nell’articolo sono dell’Autrice e potrebbero non coincidere con quelle di “Eurasia”

* Rita Borgnolo, Dottoressa in Relazioni Internazionali (Università statale di Milano)

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