Almeno 23 i morti e 325 i feriti, secondo l’emittente panaraba Al Jazeera, sarebbero  le vittime dell’assalto armato da parte degli israeliani verso manifestanti siriani e palestinesi radunati per ricordare la Naksa, “la Ricaduta”, ossia la sconfitta araba nella “Guerra dei sei giorni”, avvenuta nel 1967 e dopo la quale Tel Aviv sottrasse alla Siria proprio le alture del Golan in questione.

 

Mentre i dimostranti cercavano di varcare il confine fra Israele e Siria per giungere alla linea del “cessate il fuoco” controllata dall’esercito israeliano, quest’ultimo li ha dispersi col fuoco; le parole israeliane espresse dal portavoce del governo israeliano Mark Regev, sono state come al solito poco responsabili:  “Questo non poteva accadere senza la volontà del regime siriano, che ha deciso di aumentare la tensione alla frontiera, per distogliere l’attenzione dal problema reale che deve affrontare in casa propria”.

 

Gli israeliani sembrerebbero non poter dare una stima precisa del numero delle vittime e dei feriti, in quanto sarebbero rimasti oltre il confine siriano e sarebbero, dunque, impossibili da quantificare. Indubbia la gravità dell’azione di Israele che già si è vista artefice dell’uccisione (3 settimane fa) di 13 palestinesi che avevano cercato di violare la frontiera con il Libano nel giorno della Nakba (l’espulsione delle popolazioni arabe dopo la nascita dello stato israeliano). Quale processo di pace è possibile se Israele continua a rispondere solo con le armi al dialogo?

 

*Eleonora Peruccacci è laureata in relazioni internazionali (Università di Perugia) ed è ricercatrice dell’ISAG

 

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