Fonte: Jsoftpower

Tra gli Stati Uniti e la Cina: la strada che la politica estera giapponese dovrebbe seguire – Principi da seguire per liberarsi dal servilismo verso l’America e raggiungere una vera indipendenza.

Che tipo di politica estera dovrebbe adottare il Partito Democratico giapponese? Come membro di un think tank privato, ho spesso avuto grosse difficoltà nello spiegare le posizioni giapponesi quando cercavo di esporre le mie opinioni agli specialisti di politica estera che incontravo in conferenze internazionali e simposi. Perché mai queste difficoltà? Ciò deve senz’altro succedere perché questo paese non ha principi di guida sostanzialmente diversi dalla cosiddetta “cooperazione con l’America”.

Questa mancanza di chiarezza della posizione giapponese può essere vista, per esempio, nell’atteggiamento giapponese riguardo allo spiegamento delle Forze di Autodifesa giapponese (JSDF) in Iraq. Nonostante le JSDF siano un autentico esercito di autodifesa posto sotto la giurisdizione internazionale, noi schieriamo il nostro personale in missioni all’estero e allo stesso tempo richiediamo che altri eserciti lo proteggano, obiettando che il Giappone non è autorizzato ad effettuare operazioni di peace-keeping all’estero. Questo tipo di approccio pressoché insensato e ideato ad hoc ha preso sempre più piede nella politica estera giapponese. Perché mai non riusciamo a spiegare chiaramente in anticipo che la nostra posizione è che noi non possiamo spiegare le nostre JSDF all’estero, e non continuiamo semplicemente ad offrire il nostro contributo in settori non militari, come ad esempio il supporto medico?

Il problema più grosso deriva dalla (povera) capacità di giudizio del governo giapponese, che continua a perseguire una politica estera servendosi di “circuiti cerebrali da epoca della guerra fredda”, nonostante il Muro di Berlino e l’Unione Sovietica siano caduti ormai vent’anni fa. Tale atteggiamento antiquato rende virtualmente impossibile per il Giappone di occuparsi delle condizioni globali che sono in continuo e rapido mutamento. Il Giappone finisce immancabilmente per cadere in un atteggiamento di politica estera  passiva precisamente perché cerca di trattare le questioni del presente con un modo di pensare da epoca della Guerra Fredda.

Viviamo in un mondo G-2

Innanzitutto è necessario capire bene le condizioni esistenti nel mondo in cui il Giappone vive.

Si potrebbe dire che sia la politica interna che la politica estera giapponesi hanno rispecchiato bene le varie correnti globali del periodo postbellico. La struttura “Capitalismo versus Socialismo” tipica della Guerra Fredda era riflessa nel “sistema 1955”, in cui il Partito Liberal-Democratico (LDP) lottava contro il Partito Socialista in una specie di “guerra per procura” delle forze dell’Est e dell’Ovest.

Sfortunatamente tuttavia, e sebbene il Muro di Berlino sia caduto nel 1989 mettendo fine alla Guerra Fredda, il Giappone non è mai riuscito a disfarsi dell’abitudine di pensare il mondo in termini di Guerra Fredda. Mentre la cartina del mondo stava rapidamente cambiando, la politica interna giapponese è entrata in un periodo di estrema instabilità, con la fine del governo monopartitico dell’LPD sostituito da una coalizione di governo priva di quel partito, per rivedere infine un suo repentino ritorno al potere come parte della coalizione di governo tra LDP, Partito Socialista e Nuovo Partito Sakigake. Nell’universo degli affari esteri e della sicurezza, i vincoli dell’Alleanza nippo-americana, la quale, come una reliquia della Guerra Fredda, avrebbe dovuto essere completamente rivista, furono invece rafforzati. Durante il gabinetto Hashimoto, che operava sotto l’assunto che “la Guerra Fredda in Asia non è ancora finita”, nel 1997 fu condotta una revisione delle Linee Guida di cooperazione per la Difesa nippo-americana che portò all’estensione delle restrizioni contenute nella “Clausola per l’Estremo Oriente” del Trattato di Sicurezza nippo-americano. Come risultato di quella operazione agli Americani si garantì una ancora più stretta collaborazione da parte giapponese per gli anni a venire.

Anche in ambito economico la tendenza a pensare che stare al passo con l’America rappresentasse la priorità assoluta del Giappone venne ulteriormente accentuata. Gli Stati Uniti consegnarono al Giappone per la prima volta nel 1994 una lista di “Raccomandazioni di Riforme Annuali”, e il Giappone collaborò con tali Raccomandazioni deregolando bruscamente il settore finanziario ed altri in un processo di globalizzazione che era guidato dall’unica superpotenza mondiale.

Questa linea della “cooperazione con l’America” degli Anni ’90 fece il suo ingresso nel XXI secolo con gli attentati dell’11 settembre, e fu ulteriormente rafforzata dall’attitudine spesso espressa da Junichiro Koizumi del “non abbiamo altra scelta che seguire l’America”. Con l’inizio della guerra in Iraq, gli Stati Uniti si aspettavano che il Giappone desse un suo contributo militare sostanziale, “issando la bandiera” e “mettendo piede sul territorio iracheno” e il Giappone corse irrazionalmente al fianco di Bush per otto lunghi anni come un aereo in modalità di autopilota.

Che cosa ci ha portato l’atteggiamento riassunto nella famosa frase “non abbiamo altra scelta che seguire l’America”? Dal mio punto di vista soltanto il fallimento della guerra in Iraq e il problema dei crediti subprime, che hanno entrambi minato fondamentalmente la legittimità della superpotenza americana.

Alla data del 19 agosto 2009, 4.323 soldati americani sono morti in Iraq, ai quali vanno aggiunti i 783 caduti in Afghanistan, con un totale di oltre 5.000 perdite americane da quando le due guerre sono iniziate. Si dice che il costo combinato di queste due guerre supererà i 3 trilioni di dollari quando esse saranno concluse. La capacità dell’America di guidare il mondo con la sua giustizia e la sua autorità morale è andata persa sia nella forma sia nel contenuto, ed essa appare ormai esausta e disfatta.

In aggiunta, il cosiddetto “choc Lehman” di un anno fa e il problema dei crediti subprime che lo hanno scatenato, sono da considerarsi come i risultati esplosivi delle distorsioni causate dal capitalismo finanziario globale guidato dall’America. L’uso errato delle tecniche di securitizzazione, a volte definite addirittura “un’invenzione del diavolo”, ha causato una recessione globale che ha severamente danneggiato la fiducia nel dollaro e nel suo dominio unipolare.

In questo modo il prestigio americano ha subito una bella batosta, e i fondamenti di un ordine globale basato sul dominio unipolare di un’unica superpotenza stanno crollando, così come la Cina si è innalzata rapidamente a potenza di primo rango.

Un rapido sguardo a chi siano gli attuali maggiori partner commerciali del Giappone dimostra come la Cina sia diventata rapidamente una presenza incombente negli affari giapponesi. Secondo i dati del Ministero delle Finanze giapponese, nella prima metà del 2009 il 13,7% del commercio giapponese è avvenuto con gli Stati Uniti, mentre quello con la Cina ha raggiunto un impressionante 20,4%. Un confronto con il 1990, subito dopo la fine della Guerra Fredda, quando il 27,4% del commercio giapponese avveniva con gli Stati Uniti mentre solo il 3,5% con la Cina, mostra esplicitamente quanto questo cambiamento sia stato drastico.

La quota di partecipazione cinese al commercio giapponese nel giro di mezzo anno ha superato il 20% per la prima volta nella storia postbellica, mentre la quota dell’Asia in generale è giunta al 50%. Al momento attuale molti paesi contano sulla domanda generata dalla ripresa della Cina per alimentare i loro piani di ripresa, e sembra che anche il Giappone, senza peraltro rendersene davvero conto, abbia messo a punto un cambio di direzione che lo porta a diventare un paese primariamente dipendente dal commercio con la Cina e con l’Asia in generale.

E’ dunque corretto pensare che l’ordine mondiale si stia dirigendo verso una “G-2-ificazione” (leadership di due paesi). Dopo il collasso del mondo unipolare centrato sull’America, sarebbe altresì fondamentalmente vero pensare che il mondo si stia dirigendo in direzione di un ordine multipolare basato sui paesi appartenenti al gruppo dei G-20, che include i paesi in rapida crescita chiamati BRIC (Brasile, Russia, India e Cina), ma è necessario far rilevare come la G-2-ificazione del mondo stia già diventando rapidamente una realtà.

Sfortunatamente però la politica estera del Giappone, lungi dal riconoscere questa G-2-ificazione del mondo, non è stata capace di liberarsi della sua visione del mondo da epoca della Guerra Fredda e non ha fatto altro che perseguire una sempre maggiore convergenza con l’America. E la visione di un “Arco di Libertà e Prosperità” proclamata da Taro Aso quando questi era Ministro degli Esteri simbolizza tale trend.

Tale visione cercava di aumentare la sicurezza sul continente eurasiatico, rafforzando i legami tra i paesi democratici compresi tra il Mar Baltico e attraverso l’Asia centrale fino ai vari paesi estremo-asiatici. Un cinico potrebbe chiamare ciò “un’istanza di diplomazia dei valori”, nella quale un Giappone infatuato dell’America dei tempi neocon cercava di assisterla nell’accerchiamento di Russia e Cina. Comunque stiano le cose, questa visione fornì una’illustrazione esplicita dei limiti della consapevolezza giapponese del mondo, specialmente della sua incapacità di superare la sua mentalità da epoca della Guerra Fredda.

Lo stesso può essere detto circa il resoconto sulle “Discussioni della Tavola Rotonda su Sicurezza e Difesa” pubblicate nell’agosto del 2009. Assumendo la posizione che il Giappone deve rivendicare con forza l’ammissibilità del suo diritto alla difesa collettiva, tale resoconto raccomanda di rilassare i Tre Principi sull’esportazione delle armi. In sostanza, si dice che il Giappone e gli Stati Uniti devono cooperare contro la minaccia posta dalla Corea del Nord, e implicitamente, dalla Cina. Esattamente questo modo di pensare è da considerarsi come una reliquia della passata Guerra Fredda.

E la stessa cosa si può dire anche circa la teoria del cosiddetto “ombrello nucleare”. Nel mese di luglio del 2009, il vice-sottosegretario di stato (sic) Kurt Campbell ha fatto visita in Giappone, e in quell’occasione sono state tenute numerose discussioni circa la crescente minaccia rappresentata dai missili nucleari della Corea del Nord. La teoria dell’ombrello nucleare è una teoria basata sulla logica della deterrenza nucleare, secondo la quale un paese decide di dotarsi di tali armi in modo da convincere gli altri paesi nuclearizzati a pensarci su due volte prima di utilizzarle contro di esso. Anche questo ragionamento è una tipica reliquia della Guerra Fredda dei giorni in cui l’Unione Sovietica e l’America spiavano le mosse dell’avversario con sguardo diffidente.

Ad ogni modo, nella situazione in cui ci troviamo, se l’America afferma che il Giappone si trova sotto l’ombrello nucleare americano, il Giappone non può che chinare il capo ed acconsentire umilmente.

La cosa importante per il Giappone è che la si smetta di credere nell’infallibilità americana e di affidare il proprio destino nelle mani degli Americani, e che cominci finalmente a sviluppare un framework di politica estera indipendente e davvero post-Guerra Fredda. Oltretutto, gli Stati Uniti hanno annunciato una strategia che mira a modificare la struttura dell’ordine globale in modo tale da superare definitivamente l’epoca dell’ombrello nucleare. Mi riferisco nello specifico alla visione del Presidente Obama di un “mondo finalmente privo di armi nucleari”.

Per il Giappone, il fatto di continuare ad aderire alla teoria dell’ombrello nucleare, sebbene l’America stessa stia tentando di abbandonarla,  è totalmente fuori passo con l’ordine globale emergente nel XXI secolo.

Ma allora quali dovrebbero essere i principi guida della politica estera giapponese per l’avvenire? Cerchiamo adesso di parlarne in termini un po’ più concreti.

Da Okinawa alle Hawaii e a Guam

Io penso che il Giappone dovrebbe riaffermare chiaramente i principi che stanno alla base della sua politica estera. Innanzitutto, vorrei discutere i due principi cui dovremmo tendere nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti. Il primo principio è che noi dobbiamo rendere la nostra relazione con l’America “una relazione tra adulti”. Il secondo principio è “di non permettere all’America di isolarsi dal resto dell’Asia”.

L’applicazione di questi due principi porta necessariamente ad un totale ripensamento dell’Alleanza sulla Sicurezza tra Stati Uniti e Giappone.

Non è cosa inusuale per l’esercito di un paese vittorioso occupare temporaneamente il territorio del paese sconfitto, ma bisogna anche dire che la presenza militare americana in Giappone, durata più di 60 anni, rappresenta un’anomalia storica. A partire dalla fine della Guerra Fredda, la Germania ha avuto successo sia nel ridurre il numero delle basi americane sul proprio territorio sia nel revisionare l’accordo sullo Status delle Forze Armate americane. Il Giappone deve richiamare in vita il più presto possibile il principio del senso comune secondo cui “è fondamentalmente innaturale per un esercito straniero essere in un paese indipendente”.

Nonostante questa realtà, una nuova discussione sul tema non è mai sorta, principalmente perché il dialogo riguardante le relazioni Giappone-Stati Uniti ha luogo tra una manciata di membri della “fazione di esperti del Giappone” (chi-nichi ha) e della “fazione degli amici del Giappone” (shin-nichi ha) a Washington e i membri della “fazione di esperti dell’America” e della “fazione degli amici dell’America” in Giappone. In questo modo, la discussione è diventata un semplice scambio di incitazioni reciproche tra  questi due gruppi fissi di persone. Per metterla in modo diverso, noi non possiamo aspettarci che un nuovo dialogo strategico adatto alla nuova epoca emerga dalla cosiddetta “mafia del Trattato di Sicurezza” tra Giappone e Stati Uniti.

Per esempio, riguardo alle missioni di rifornimento di carburante nell’Oceano Indiano, la “fazione degli amici del Giappone” sostiene che “la missione stessa è una prova dei legami di fiducia tra il Giappone e gli Stati Uniti, e noi ci aspettiamo molto da essa”. La prospettiva di coloro che sono attualmente incaricati di pensare alla vera strategia globale americana è totalmente diversa: “Non ho la più pallida idea di che tipo di priorità nazionali stia perseguendo il Giappone con il suo spiegamento di forze nell’Oceano Indiano”. Questa la loro confusa risposta.

Come potrà mai sperare il Giappone di essere trattato come un “paese adulto” e indipendente dalla comunità internazionale fino a quando continuerà ad accontentarsi della situazione presente? Durante le conferenze internazionali cui sono solito partecipare, sento spesso esperti stranieri elogiare il Giappone sostenendo che “è un paese sorprendente che ha avuto un enorme successo nel risollevarsi dalle macerie di una guerra persa”, ma tra le righe sento che ciò che essi stanno realmente pensando è ”dopo tutto, il Giappone è una specie di colonia americana”. Il Giappone deve fermarsi per un attimo, fare un lungo esame di coscienza e riflettere sulla posizione nella quale si trova attualmente.

Non si tratta qui della linea “anti-americana, anti-Trattato-di-Sicurezza e anti-basi-militari” tipica delle forze della vecchia sinistra. Sullo sfondo della nuclearizzazione della Corea e della destabilizzazione costituita dal regime di Kim Jong Il, l’alleanza militare tra Giappone e Stati Uniti dovrebbe essere una questione da prendere sul serio di per sé. Detto questo, ciò a cui noi dobbiamo aspirare è una graduale riduzione delle basi americane sul suolo giapponese e la revisione dell’Accordo sullo Statuto delle Forze Armate, impegnandoci tuttavia a impedire che si crei un vuoto militare in Asia orientale.

La massima priorità deve essere per tutti la revisione fondamentale della questione sulla necessità del cosiddetto forward positioning. L’espressione forward positioning si riferisce al posizionamento di truppe presso le linee di fronte all’estero da parte degli Stati Uniti. In Asia, il possesso americano di basi militari sull’isola di Okinawa e in Corea del Sud è giustificato dall’argomentazione apparentemente persuasiva che è necessario poter reagire repentinamente in caso di un attacco sferrato dalle truppe nordcoreane verso sud. La tecnologia militare ha tuttavia percorso una lunga strada a partire dall’epoca della Guerra Fredda. Nell’epoca della Guerra Strategica dell’informazione, anche il significato della collocazione di truppe sulle linee di fronte sta cambiando.

Ma ciononostante, l’America si rifiuterà di rivedere la sua strategia del forward positioning, di ridurre o ritirare le proprie basi, nonché di prelevare le sue forze militari da Okinawa e dalla Corea del Sud per riposizionarle sulle Hawaii e su Guam. I militari opporranno una strenua resistenza psicologica ad un’eventuale riduzione di forza come per una questione di istinto e, cosa ancora più importante, non accetteranno mai di abbandonare delle basi militari il cui 70% dei costi grava come un pesantissimo fardello economico sui paesi che le ospitano.

Insomma, l’equazione che dobbiamo risolvere è questa: come facciamo a mettere un po’ di distanza tra noi e i militari americani, pur continuando ad assicurare la sicurezza dell’Asia orientale e trovando delle soluzioni che siano economicamente accettabili anche per gli Stati Uniti? E se la risposta stessa a questa difficilissima equazione non esistesse?

Io credo invece che la risposta risieda nella cosiddetta over-the-horizon policy (politica dell’oltre l’orizzonte), nell’uso cioè di forze di rapido spiegamento da usare ad hoc. Queste forze si trovano letteralmente “al di là dell’orizzonte”, e vengono spiegate rapidamente in caso di una crisi. Tra l’altro questo stesso tipo di strategia di security assurance è stato per qualche tempo in uso anche nel caso del Medio Oriente.

Non si potrebbe convincere l’America della fattibilità di questa over-the-horizon policy, se ad esempio il Giappone ne proponesse l’uso in Estremo Oriente, con forze a rapido spiegamento destinate appositamente alla sicurezza dell’Asia orientale e stazionate sulle Hawaii e su Guam, e accettasse inoltre di pagare un adeguato contributo per i costi derivanti da  tale operazione? Senza dover subire i danni derivanti dalla semplice riduzione delle sue forze e senza perdere il sostegno del Giappone ai militari americani, gli USA potrebbero continuare ad assicurare un briciolo di sicurezza in Asia orientale anche ritirando le proprie forze sulle Hawaii e su Guam.

Naturalmente si dovrebbe poter siglare i suddetti accordi su una base trilaterale tra il Giappone, gli Stati Uniti e la Corea. Inoltre, varrebbe anche la pena di verificare  se i contributi finanziari possano essere usati per lo sviluppo congiunto di tecnologie militari di natura puramente difensiva.

Insomma, come facciamo a disfarci delle strutture della Guerra Fredda in un modo che non implichi né “l’anti-americanismo” né “l’odio per l’America”? E come facciamo a ridurre le truppe stazionate in Giappone e a riguadagnare la nostra sovranità? Come possiamo strutturare una relazione “da adulti” con l’America? Sono questi i punti su cui nel prossimo futuro dovremo dimostrare di possedere saggezza. Ciò che ci viene richiesto è di riuscire ad elaborare un piano strategico per la politica estera del Giappone, il che coincide con l’elaborare un piano strategico per il Giappone in generale.

Per il bene della relazione triangolare Giappone-Stati Uniti-Cina

Il secondo principio che propongo per le relazioni Giappone-Stati Uniti è “di non permettere che gli Stati Uniti rimangano isolati dal resto dell’Asia”. Poco fa ho parlato della “G-2-ificazione del mondo”, e in effetti non ci può essere alcuna stabilità per il Giappone a meno che non teniamo sotto stretto controllo l’evolversi della relazione tra Cina e Stati Uniti.

La parola chiave in questo ambito è “Shin-bei Nyuu-a” (Relazioni amichevoli con l’America e far entrare l’America nell’Asia). Ciò non significa per il Giappone la semplice necessità che l’America non rimanga isolata in Asia, ma che deve incoraggiarla a svolgere un ruolo attivo e costruttivo nell’area, nonostante il suo DNA latente della cosiddetta “Dottrina Monroe” (la Dottrina Monroe si riferisce alla mutua consapevolezza esistente tra Europa ed America di non dover interferire nelle reciproche aree di interesse).

Questo ideale non potrà essere realizzato a meno che il Giappone non si guadagnerà la fiducia degli altri paesi asiatici. Penso che siamo arrivati in una fase in cui il Giappone può infatti fungere da ponte tra gli Stati Uniti e l’Asia. Esattamente come la Gran Bretagna riferisce gli obiettivi e gli interessi americani ai paesi dell’Europa continentale, il Giappone dovrebbe svolgere questo ruolo mediando tra l’America e i paesi asiatici.

E per svolgere a pieno questo ruolo, il Giappone ha bisogno di creare una serie solida ed incrollabile di principi che governino le sue relazioni con la Cina. Un altro principio che vorrei proporre per le nostre relazioni estere è che il Giappone deve coinvolgere la Cina e incoraggiarla ad agire come un attore responsabile della comunità internazionale.

Ad esempio, il Giappone ha assistito la Cina nei suoi tentativi di entrare a far parte del WTO, ma ciò che in fin dei conti importa è il fatto stesso di esser riusciti a far sedere la Cina al tavolo della società internazionale. In futuro, attraverso discussioni riguardanti le questioni della proprietà intellettuale o dell’ambiente, il Giappone dovrà incoraggiare attivamente la Cina ad attenersi alle regole della comunità internazionale. Questo incoraggiamento attivo è una condizione assolutamente necessaria per la creazione di un nuovo ordine mondiale.

I “principi” che ho proposto in questa sede possono essere riassunti come un’esortazione per il Giappone a diventare un paese indipendente, finalmente libero dalle eccessive attese e speranze che noi riponiamo nella nostra relazione con gli Stati Uniti. Incastrato tra l’ex superpotenza americana e la Cina, ossia la patria del pensiero cinese, il Giappone dovrà guidare il proprio timone con molta accortezza se non vorrà continuare ad essere un semplice relitto in balìa delle onde delle relazioni sino-americane. La strategia di politica estera giapponese dovrà essere strutturata in modo tale che le relazioni triangolari Giappone-Stati Uniti e Giappone-Cina rimangano il più possibile quelle di un triangolo equilatero.

Può il Giappone condurre una “diplomazia adulta”?

Sarà in grado il Partito Democratico giapponese di effettuare questo grande cambiamento in politica estera? Ciò dipende soprattutto se  sarà in grado di elaborare una visione strategica unificata per il Giappone del futuro, una visione che comprenda entrambe le sfere domestica e estera.

In passato, la politica estera giapponese è stata un affare riservato a poche persone, quasi come una luna di miele, e trattato dall’LDP, dal Ministro degli Esteri e da un ristretto segmento dell’establishment di Washington. Al fine di rompere definitivamente questi legami, il Giappone dovrebbe riflettere sull’eventualità di costituire un’istituzione nazionale addetta appunto a ricercare strategie globali in maniera sistematica. Naturalmente sono consapevole che ciò non sarà semplice. A meno che il Giappone non muti radicalmente il suo modo di pensare, presto si renderà conto che si trova davanti ad un insolubile bivio del suo percorso diplomatico.

Sento che è stata opera del destino il fatto che Yukio Hatoyama, un membro della generazione post-bellica detta “baby-boom”, sia stato scelto come l’uomo che guiderà la strategia del Giappone attraverso la nostra nuova epoca. E questo perché, se veramente vogliamo creare una nuova struttura di politica estera, è necessario assumere un approccio schiettamente frontale per risolvere i problemi che il Giappone ha accumulato a partire dalla fine della II Guerra Mondiale.

Anche io come lui appartengo alla stessa generazione. Il signor Hatoyama è completamente libero dalla rigidezza o dalla asocialità tipica della cosiddetta generazione “zenkyoto” (n.d.t.: nome di un’organizzazione che faceva da ombrello a diversi sottogruppi di studenti in rivolta nei tardi Anni ’60), e la sua ottima educazione gli ha conferito un carattere completamente privo di sospetti o dell’invidia altrui. Lo conosco personalmente da molti anni, e soprattutto se comparato a tanti altri personaggi del mondo politico, possiamo dire che abbiamo di fronte un leader davvero unico.

Tale unicità è simbolizzata anche dal suo concetto di “fraternità” (yuai). In un mondo pieno di macchinazioni e di inganni, potrebbe apparire alquanto infantile sentire Hatoyama predicare la “fraternità”, ma se si considera che è stata proprio la linea dura di Bush ad aprire la via alla tendenza di Obama al dialogo e alla cooperazione, allora ci rendiamo conto che il mondo potrebbe essersi veramente incamminato verso un ideale di “fraternità”; e su questo punto mi sembra di sentire nuovamente l’opera del destino. Pochi giorni fa Hatoyama e io abbiamo discusso sulla migliore traduzione possibile del termine “yuai” in inglese. Abbiamo discusso usando il termine “fratellanza” o “ospitalità”, che contengono entrambi una connotazione di considerazione per gli altri, ma penso che la sua idea finale catturi a pieno la sua personalità: “Avere un cuore abbastanza grande da riuscire a tollerare perfino chi ci è antipatico”. Senza dubbio questo spirito sarà una delle caratteristiche della politica estera di Hatoyama.

L’Assemblea Nazionale delle Nazioni Unite programmata per la fine di settembre sarà l’occasione perfetta per Hatoyama per presentare i suoi ideali di politica estera al mondo. Tuttavia, egli dovrebbe evitare di fare delle considerazioni troppo concrete nella fase in cui ci troviamo. Invece di inchinarsi e supplicare, sperare in una stretta di mano e chiedere cosa dovrebbe fare il Giappone, come è stato nel passato anche recente, questa volta il Giappone dovrebbe prendersi tutto il tempo per formulare esattamente ciò che vuole portare a termine prima di presentarlo alla controparte. E in effetti, nell’ottica del bisogno di far evolvere la nostra relazione con l’America in una relazione “tra adulti”, è esattamente questo che l’America vuole che noi facciamo.

Come può questo paese “infantile”, che non è mai stato in grado di crescere veramente, rompere i vecchi legami residui dell’epoca della Guerra Fredda? Ciò sarà possibile solo se noi stessi saremo in grado di disfarci dei nostri modi di pensare ereditati da quel periodo della Storia e di creare e cogliere uno scenario in cui si profilano cambiamenti maggiori.

(traduzione a cura di Mario Vincenzo Casale)

Leggere anche: http://www.eurasia-rivista.org/3846/volonta-immaginazione-senso-comune-ristruttura-lalleanza-nippo-statunitense

*Jitsuro Terashima, consigliere per la politica estera del primo ministro Yukio Hatoyama, è rettore dell’Università di Tama, presidente del Mitsui Global Strategic Studies Institute e presidente del Japan Research Institute. Suoi articoli compaiono regolarmente su “Chuo Koron”, “Sekai”, “Forbes”, “PHP” e “Asahi”, tra gli altri, ed ha un suo personale programma televisivo mensile.

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